Ibm scommette sui chip del futuro, sul piatto 3 miliardi di dollari - CorCom

Ibm scommette sui chip del futuro, sul piatto 3 miliardi di dollari

Big Blue annuncia due programmi di R&S per sviluppare microprocessori in grado di rispondere alle esigenze del cloud computing e dei Big data. L’innovazione anche nei materiali: grafene e nanotubi di carbonio per aumentare le performance

10 Lug 2014

Patrizia Licata

Ibm ha annunciato che investirà 3 miliardi di dollari nei prossimi cinque anni su due vasti programmi di ricerca e sviluppo che si propongono di identificare la tecnologia dei chip necessaria per soddisfare la nuova domanda creata dal cloud computing e dalle applicazioni Big data.

Secondo il Financial Times, Ibm ha deciso di fornire dettagli sul suo progetto a lungo termine per lo sviluppo di nuove forme di chip per rispondere ai timori suscitati dalle recenti cessioni di attività nel segmento hardware, tradizionalmente il suo core business. Come noto, Ibm sta attendendo l’approvazione del governo americano per la vendita alla cinese Lenovo della sua divisione che produce server low-cost basati sui chip Intel x86. Ibm sta anche cercando di vendere l’attività di produzione di chip, una mossa che potrebbe restringere ulteriormente il mercato dei produttori a solo quattro grosse aziende nel segmento della fabbricazione su larga scala, secondo fonti confidenziali sentite dal Ft.

Il profondo ripensamento del portfolio hardware da parte di Big Blue ha portato investitori e analisti a interrogarsi sulle strategie di Ibm e spinto oggi Steve Mills, senior vice-president a capo delle attività software e sistemi di Ibm, a chiarire: “Siamo sempre alla ricerca di modi più efficienti per portare la nostra tecnologia al mercato e questo programma di ricerca e sviluppo sui chip è un’area di investimento per Ibm“.

Il primo programma di ricerca, fa sapere Ibm, riguarda la cosiddetta tecnologia del silicio a “7 nanometri e oltre”, che affronterà i problemi dei materiali che attualmente limitano le tecniche utilizzate per ridurre le dimensioni fisiche dei semiconduttori e ostacolano la possibilità di realizzare i chip. La seconda si focalizza sullo sviluppo di tecnologie alternative per i chip dell’era post-silicio, con l’utilizzo di approcci totalmente diversi che si rendono necessari per via delle limitazioni legate all’impiego del silicio per la fabbricazione dei semiconduttori.

Le applicazioni del cloud computing e dei Big data pongono infatti nuove sfide ai sistemi, così come la tecnologia dei chip sottostante si trova ad affrontare numerosi limiti fisici significativi: la larghezza di banda, la memoria, la comunicazione ad alta velocità e il consumo di energia dei dispositivi diventano sempre più critici e impegnativi.

“La domanda non è se introdurremo la tecnologia a 7 nanometri nella produzione, ma come, quando e a quali costi”, afferma John Kelly, senior vice President della Ricerca Ibm. “Gli ingegneri e i ricercatori Ibm, insieme ai nostri partner, stanno già lavorando sulla scienza dei materiali e sulla progettazione dei dispositivi richiesti per rispondere ai requisiti dei sistemi emergenti per cloud computing, Big data e sistemi cognitivi. Questo nuovo investimento assicurerà la possibilità di produrre le innovazioni necessarie per affrontare queste sfide”.

Ibm è già riuscita a realizzare nanotubi di carbonio purificati al 99,99%, la purezza massima (verificata) dimostrata fino ad oggi, e transistor a una lunghezza di canale di 10 nm che non mostrano degradazione dovuta alla miniaturizzazione, una proprietà finora ineguagliata da qualsiasi altro sistema di materiale.

Di recente, nel 2013, Ibm ha anche dimostrato il primo “front-end” di ricevitore a circuiti integrati basati sul grafene per le comunicazioni wireless. Il circuito consisteva di un amplificatore a 2 stadi e di un digital down converter, che lavorano a 4,3 GHz.

I team per i nuovi due progetti comprenderanno ricercatori e ingegneri dei centri di Ricerca Ibm di Albany e Yorktown (New York), Almaden (California) e Zurigo (Svizzera). Ibm coinvolgerà suoi esperti nelle aree emergenti della ricerca già in corso in Ibm, come nanoelettronica al carbonio, fotonica del silicio, nuove tecnologie di memoria e architetture che supportano cognitive computing e quantum computing. L’impegno di questi team sarà rivolto a migliorare di un ordine di grandezza le prestazioni a livello di sistema e di calcolo e a ottenere più efficienza dal punto di vista energetico. Inoltre, Ibm continuerà a investire nelle nanoscienze e nel quantum computing, due aree di ricerca considerate fondamentali.

La roadmap del colosso di Armonk dimostra dunque che l’intenzione è mantenere una posizione di leadeship nei nuovi materiali che giocheranno probabilmente un ruolo chiave nella prossima generazione dei chip. “E’ un programma decennale, nessuna azienda ha messo in cantiere un investimento di queste dimensioni negli ultimi anni”, commenta Richard Doherty, analista di Envisioneering. Ibm non rinuncia del tutto al silicio, continua Doherty, ma scommette di più sui nuovi materiali. Più della metà dell’energia consumata oggi da un chip medio è dissipata in calore anziché usata per il calcolo e questo limite va superato, mentre le dimensioni dei chip si riducono sempre più.

Nell’immediato, il ripensamento delle sue attività hardware si lega per Ibm anche alle forti perdite della divisione Power Systems, che si fonda sull’architettura di chip proprietaria di Ibm. La Ceo Ginni Rometty ha ammesso che Ibm ha concentrato le attività della Power troppo sulla sua piattaforma software Unix e sta lavorando per ridurre i costi e riposizionare l’attività della sua divisione.

Ibm ha detto che il nuovo focus sui chip più avanzati le permetterà di affrontare i problemi più complessi del calcolo computazionale, come l’elaborazione di enormi volumi di dati e il raggiungimento di più alti livelli di sicurezza. “L’azienda si disfa delle attività a minor valore aggiunto e si concentra sui problemi più complessi e difficili del mondo del computing, quelli a più alto valore e la cui soluzione si lega a nuovi profittevoli business nell’industria dei chip”, osserva l’analista indipendente Roger Kay.