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Quanto valgono i big data? Le aziende nel guado

Non esistono ancora criteri standard per misurare il valore delle informazioni. Un’enorme zona cieca su cui si gioca il futuro del business

14 Ott 2014

Luciana Maci

La raccolta, gestione e vendita dei big data sta diventando un elemento essenziale per le aziende – e non solo per quelle il cui fatturato dipende in gran parte dalle informazioni in proprio possesso quali Facebook, eBay e Google – ma il problema è che, allo stato attuale, nessuno è in grado di fornire parametri precisi per comprendere quanto valgono esattamente i dati. È il nodo centrale di un’analisi apparsa sul Wall Street Journal, che ricorda appunto come, al momento, non esistano linee guida ufficiali per stabilire il valore di questi asset intangibili, che proprio per la loro intangibilità sfuggono ai criteri di misurazione individuati per gli asset ‘fisici’.

D’altra parte sono sempre più numerose le aziende impegnate nello scambio di informazioni che usano strumenti di analitica relativi ai big data per scovare nuove modalità di generare ricavi.

La mancanza di standard per dare un “prezzo” ai dati non fa che ampliare il divario tra un business in crescita e la capacità di comprenderlo, gestirlo e manovrarlo. “È sconcertante che le companies conoscano il valore dei mobili degli uffici e non quello delle informazioni in proprio possesso” commenta Douglas Laney, analista di Gartner.

A fornire una possibile stima al Wsj è Leonard Nakamura, economista alla Federal Reserve Bank di Philadelphia. A suo dire le corporate in possesso di dati e altri “asset intangibili” come patenti, brevetti e diritti d’autore potrebbero valere oltre 3 trilioni di dollari. Una cifra sostanzialmente equivalente al prodotto interno lordo di Germania, Francia e Italia messe insieme.

La questione non è confinata al settore tecnologico. Kroger, catena di supermercati fondata in Ohio (Usa), forte di 2.600 negozi e circa 55 milioni di clienti in possesso di una fidelity card, vende le informazioni in proprio possesso ai vendor che si occupano di rifornire i suoi scaffali. Tra i big disposti a pagare per ottenere questi dati ci sono Procter & Gamble e Nestlé, che possono così sfornare prodotti su misura, tagliati sulle preferenze del cliente. Secondo l’analista Douglas Laney, Kroger ricava circa 100 milioni di dollari all’anno dalla vendita dei propri dati, ma la società preferisce non commentare questa cifra.

Per il momento dalle istituzioni pubbliche non stanno arrivando contributi alla risoluzione al problema. Il Financial Accounting Standard Board (Fasb), che negli Usa ha principalmente poteri regolamentari in ambito contabile, poiché emana con regolarità i principi che le imprese statunitensi sono tenute a osservare nel redigere il bilancio di esercizio, ha tentato di aggiornare le regole di un’economia sempre più trainata dal ruolo centrale delle informazioni. Per due volte consecutive, nel 2002 e nel 2007, ha aperto il dibattito sul valore degli asset intangibili. Ma, in entrambi i casi, la complessità della materia ha convinto l’autorità a lasciar perdere. Tuttavia il mese scorso alcuni componenti dell’advisory board hanno suggerito ai vertici del Fasb di tornare ad occuparsi della questione.

La matassa è in effetti tutta da districare. Gli esperti si chiedono per esempio se un dipendente che di occupa di raccogliere dati debba rientrare nelle voci di spesa o essere considerato come un investimento. Ci si interroga anche sulle possibilità di stimare la “vita” dei dati, cioè valutare il loro valore nel corso del tempo.

Di fatto la mancanza di metodi di misurazione del valore dei big data crea un’enorme “zona cieca” per giganti dell’hi-tech quali Facebook, eBay o Google. “Molto di quello che sta avvenendo nelle aziende non è riflesso nelle informative pubbliche o nei conti delle aziende stesse” rileva Glen Kernick, managing director di Duff & Phelps, banca di investimenti.

I tre colossi messi insieme possiedono asset pari a 125 miliardi di dollari (meno i debiti), ma il valore complessivo delle loro azioni equivale a 660 miliardi di dollari. Da questa differenza, rileva l’analisi del Wsj, emerge come i mercati finanziari abbiano compreso il valore di asset quali algoritmi, patenti e informazioni – valore che non compare nei bilanci delle aziende stesse.

Molti esperti, poi, sottolineano che gli investitori non devono necessariamente conoscere il valore specifico di asset quali i big data, dal momento che è la quotazione di una company in Borsa a riflettere l’apprezzamento da parte del mercato di questi asset.

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