Commercialisti e intelligenza artificiale, ecco quali opportunità si aprono. Ma l’Italia è pronta per la sfida? - CorCom

L'APPROFONDIMENTO

Commercialisti e intelligenza artificiale, ecco quali opportunità si aprono. Ma l’Italia è pronta per la sfida?

L’Ordine dei Commercialisti di Padova accende i riflettori sull’adozione delle nuove tecnologie per abbattere i costi e pianificare lo sviluppo del business. La partita si gioca però soprattutto sul fronte culturale: serve un salto di visione per recuperare competitività

27 Mag 2021

Mila Fiordalisi

Direttore

Lo studio professionale al tempo all’Intelligenza artificiale. Come automatizzare le attività ripetitive per pianificare lo sviluppo del business: è sull’evoluzione degli studi che ha acceso i riflettori l’Ordine dei Commercialisti di Padova in un webinar dedicato ad approfondire sfide e opportunità ma anche ad evidenziare le criticità sul cammino per aiutare i professionisti a capire come meglio muoversi.  Quali sono i benefici dell’adozione dell’intelligenza artificiale in termini di risparmio costi ma soprattutto di funzionalità evolute. A quanto ammontano gli investimenti. Il mercato offre soluzioni specificamente progettate per il mondo dei professionisti? E gli studi sono in grado di gestirle?

“Gli studi professionali che meglio si adeguano alle nuove tecnologie registrano un fatturato medio pari al doppio di quello degli studi meno digitalizzati”, ha evidenziato Dante Caròlo, Presidente Ordine dei Commercialisti di Padova dando il via al dibattito e facendo riferimento a dati dell’Osservatorio professionisti e innovazione digitale del Politecnico di Milano.

A fare il punto sul mercato e su come si stanno muovendo gli studi proprio il Polimi: “Le tecnologie basiche quali ad esempio firma elettronica e fatturazione elettronica hanno un’ampia diffusione, quasi a livelli plebiscitari con percentuali superiori all’80%, ma sono tecnologie low driven che dipendono dagli obblighi normativi”, ha sottolineato Claudio Rorato, direttore scientifico dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale del Politecnico di Milano. “Le tecnologie a medio impatto innovativo, ad esempio siti Internet e portali per condividere documenti e soluzioni di videoconferenza, sono diffuse mediamente intorno al 40%. Poi ci sono le tecnologie a elevato impatto innovativo, come crm, intelligenza artificiale, business intelligence e blockchain: qui la percentuale, in particolare negli studi dei commercialisti, oscilla da 1-2 punti percentuali fino ad un massimo del 20%”.

Secondo Rorato è il grado di maturità culturale a fare la differenza. “Ci sono amplissimi margini affinché le tecnologie che supportano l’analisi dei dati possano espandersi: i dati sono un tesoro su cui sono inconsapevolmente seduti i professionisti. Più sale la presenza di tecnologie ad alto impatto innovativo più sale la redditività. Ma solo il 25% degli studi professionali spende più di 10mila euro l’anno per le nuove tecnologie che per molti rappresentano ancora un costo e non un investimento”.

Crede nelle potenzialità del mercato italiano Innodèmia, tech company americana sbarcata ufficialmente in Italia a ottobre del 2020. “Abbiamo iniziato con dei corsi e il primo inaugurato in Italia nei primi 6 mesi ha avuto circa 800 aderenti. Il nostro intento è innanzi tutto informare gli studi sulle potenzialità che si aprono con l’adozione dell’intelligenza artificiale”, ha spiegato Paolo Messina, Phd, A.I. Product Manager e Founder di Innodèmia. “Negli Usa e nel Paesi più tecnologicamente evoluti sono ingenti gli investimenti sull’AI ma focalizzati perlopiù sulle grandi imprese. Sulle piccole e micro-imprese, inclusi gli studi professionali, non è ancora partita la sfida, si stanno muovendo ora i grandi nomi come Google e Amazon, quindi in Italia ci sono grosse opportunità. Gli studi ci chiedono di capire come l’AI possa aiutarli. E questi primi sei mesi sono stati di scoperta reciproca”.

Quattro le aree di business che possono essere influenzate positivamente dall’AI: area contabile, rapporto con i clienti, audit e analitica a valore aggiunto. “I problemi sono differenti: nella contabilità bassi margini e forte pressione sul prezzo e alto costo delle operazioni, ma qui c’è la possibilità di innovare con tecnologie sorelle dell’AI, ad esempio la robotizzazione di processo. Si stanno abbassando di prezzo, prima erano intorno ai 20mila euro in su. Nel rapporto con i clienti la maggioranza delle possibilità è sul fronte delle risposte e chiamate automatiche e sono disponibili molte app immediata con forte abbattimento dei costi. Si è passati da progetti da 100mila euro a 30 dollari al mese ma ci vuole molto know how. Più problematiche ci sono nell’area della revisioni: alti costi e normativa italiana non in linea con le soluzioni che ci sono ad oggi sul mercato”.

Dal dire al fare: a raccontare come l’Ai è entrata in uno studio, Andrea Torresi, ragioniere commercialista di Macerata: “Rincorriamo le scadenze come tutti e fatichiamo a gestire le nostre risorse di personale. La contabilità si è semplificata, l’avvento dalla e-fattura ha eliminato qualche tempo morto ma la contabilità assorbe molto tempo e abbiamo iniziato a ragionare con Messina su come automatizzare i processi contabili – ha raccontato Torresi -. Siamo operativi da circa un mese. Abbiamo implementato soluzioni per grandi con blocchi di 10 aziende alla volta: abbiamo utilizzato in particolare un bot AI istruendolo a fare operazioni e ciò porta a risparmiare tempo. I test che abbiamo fatto ci hanno consentito di continuare a lavorare e il processo funziona. L’obiettivo principale è ritagliarci del tempo per attività proprie del commercialista e di cui dobbiamo riappropriarci: molte persone si professano esperti e noi come categoria possiamo offrire soluzioni in maniera migliore con dati in tempo reale. In più migliorando la marginalità”.

La principale criticità sul cammino della diffusione massiva dell’AI negli studi resta però quella delle competenze. “L’Italia è fanalino di coda in Europa, ma bisogna distinguere la capacità di usare la tecnologia e di mettere a punto la visione. Agli studi si deve chiedere la capacità di elaborare la visione e valutare gli impatti sul business delle tecnologie – evidenzia Rorato -. Introdurre tecnologie significa fare efficienza e migliorare la produttività. Poi c’è lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi e qui c’è già il salto culturale che fa percepire la tecnologia per andare oltre. Questo è il terzo livello: sviluppare servizi data driven per generare servizi a valore aggiunto e supportare il processo decisionale degli imprenditori andando a insistere sulla generazione di valore”.

Quando si vuole sviluppare un progetto di innovazione tech-based ci sono alcuni step da compiere, sottolinea Rorato: “Primo: bisogna chiedersi cosa si vuole fare, scavando nella propria operatività per capire dove si vuole andare, per avere la percezione dei gap tecnologici, finanziari e di competenze. I piccoli e i micro-studi possono avere maggiore difficoltà ma possono comunque passare all’azione. Bisogna elaborare una strategia che in alcuni casi significa alleanza o guardarsi intorno per cercare un partner – non un fornitore – che sia in grado di comprendere le esigenze di business. In un momento di change management importante è determinante confrontarsi, fare attenzione ai segnali deboli, non avere paura di elaborare nuove idee ascoltando il mercato e porre attenzione alle proprie persone che rappresentano il vero volano per la realizzazione della strategia”.

A offrire uno spaccato della risposta italiana Paolo Messina: “Sugli 800 partecipanti al nostro primo corso la prevalenza è del centro nord, in particolare Trivenento ed Emili-Romagna le aree più agguerrite in termini numerici, ma le adesioni sono state da tutta Italia. Ma nell’andare ad analizzare chi ha completato i corsi ed è passato a livelli successivi con progetti sperimentali e concreti allora qui non ci sono prevalente di tipo geografico”. Messina ci tiene a sottolineare che “interagendo con molti l’approccio tipico è ‘dammi un software chiavi in mano’: questo ha due problematiche, in Italia non c’è un software a prezzo competitivo chiavi in mano. Quindi si può passare al ‘fatto per te’, con un investimento notevole. Noi puntiamo sul ‘fatto con te’ per creare consorzi e abbattere i costi. Ma serve un salto culturale: si pone l’accento troppo sulla funzionalità ma non si guarda alla produttività complessiva di processo”.

Guarda già al futuro Andrea Torresi: “Dobbiamo riappropriarci del tempo, la preoccupazione non è cosa può fare il software ma capire ciò che necessitiamo all’interno del nostro studio. L’applicazione dell’AI ad esempio per la gestione della crisi di impresa, applicando strategie contabili e capire dove sta andando il business. Altra verticalizzazione che abbiamo pensato è come migliorare il controllo di gestione facendo dialogare i dati e fornendo al clienti informazioni che fino ad oggi non siamo riusciti a dare. Il risparmio generato però va gestito in un salvadanaio e reinvestito in tecnologia”.

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