Computo ergo sum, la metafisica nell'era digitale - CorCom

LE MATERIE DEL DOMANI

Computo ergo sum, la metafisica nell’era digitale

La rivoluzione tecnologica in corso sta modificando la nostra percezione del mondo. Eppure, mentre aumentano le informazioni disponibili, aumenta anche l’incertezza

12 Dic 2015

Marco Magrini

Computo ergo sum. Per riflettere sulla metafisica della nostra èra digitale – chi siamo? da dove veniamo? ma soprattutto: dove andiamo? – basta compiere un breve tragitto sulla metropolitana di Milano, di Tokyo o di New York. Osserveremo una rilevante maggioranza di passeggeri che, invece di interagire col noioso ambiente circostante, è intenta a scrutare un touchscreen. Questa furibonda interazione uomo-macchina, per quanto esplosa di recente, rappresenta già un tratto universale del genere umano.

Potremmo dire che è l’antropologia dell’homo digitalis. Ma è anche vero che la natura fondamentale della realtà e dell’esistenza, della scienza e della conoscenza, della mente e della ragione, sembra trasformarsi: mentre i confini fra la nostra vita online e quella offline si fanno sempre più indefiniti, cambia inesorabilmente anche la visione del mondo. Ovvero la filosofia.

Nella vita quotidiana di questo primo scorcio di XXI secolo, siamo occupati – tramite i microprocessori – in continue operazioni di calcolo: sono calcoli i post su Facebook, le raccomandazioni su Amazon, i search su Google, le partite su Minecraft. Quanto basta per trasformare il celebre sillogismo cartesiano in computo ergo sum. Calcolo, quindi sono. Twitto, quindi esisto.

Nel suo libro «The Fourth Revolution», il filosofo Luciano Floridi sostiene che le tecnologie della comunicazione stanno trasformando per la quarta volta la plurisecolare speculazione sulla natura fondamentale dell’esistenza. «Prima abbiamo scoperto – scrive Floridi – che non siamo immobili al centro dell’universo (la Rivoluzione copernicana). Poi che non siamo distinti e diversi dal resto del mondo animale (la Rivoluzione darwiniana). Che siamo lontani dall’essere interamente trasparenti a noi stessi (la Rivoluzione freudiana). Adesso, le tecnologie ci stanno facendo capire che non siamo agenti separati, ma organismi informatici che condividono con altri un ambiente globale fondamentalmente costituito da informazioni: l’Infosfera». È quel che lui chiama la «Turing revolution», da Alan Turing, il papà della computer science.

La visione del mondo è cambiata radicalmente, con le prime tre rivoluzioni menzionate dal filosofo italiano che insegna a Oxford. E la quarta si prepara a fare altrettanto, «generando il bisogno di una nuova filosofia: la filosofia dell’informazione». È possibile che un giorno quel bisogno diventi necessità perché, detto fra noi, siamo solo all’inizio della rivoluzione di Turing.

Come abbiamo visto nelle precedenti puntate di questa serie, un diluvio di dati sta trasformando gli studi storici. La comunicazione in tempo reale sta cambiando la geografia. La distribuzione e l’accumulo del sapere stanno amplificando le scienze. La globalizzazione sta restringendo il numero delle lingue parlate. E la matematica è, più che mai, parte integrante del tessuto spazio-temporale che ci avvolge. Ma quanto crescerà tutto questo, nel futuro?

Secondo le stime di Cisco, nel 2008 c’erano tanti apparecchi hardware connessi a internet quanti esseri umani sul pianeta. Oggi sono già 25 miliardi e saranno 50 miliardi alla fine di questa decade, ovvero sette volte la popolazione mondiale. Il rapporto è ancora più impressionante se si considera che, purtroppo, solo un terzo del genere umano ha attualmente accesso alla Rete. Nella cosiddetta Internet of Things in via di rapida costruzione – milioni di termostati, decine di milioni di lampadine, centinaia di milioni di telecamere sono già connesse al web – una crescente moltitudine di agenti elettronici interagirà con la realtà: percependola (con i sensori), condividendola (con le comunicazione wireless), ed eventualmente modificandola (con gli attuatori). È la sublimazione dell’Infosfera.

Ma la spallata definitiva alla vecchia concezione del mondo la daranno altre due tecnologie in arrivo che sono entrambe, diciamo così, ibride. Prima la realtà aumentata, che miscela gli input sensoriali biologici, come l’udito e la vista, con le informazioni digitali (i Google Glass sono solo il primo tentativo, peraltro maldestro, in questa direzione). E poi l’intelligenza artificiale, che punta a replicare nell’hardware e nel software tratti caratteristici dell’intelligenza umana, a cominciare dall’apprendimento.

Per quel che osserviamo oggi, il più evidente spartiacque fra l’intelligenza biologica e l’intelligenza artificiale è la coscienza: senza bisogno di scomodare Cartesio, è evidente che le macchine la coscienza non ce l’hanno. Eppure autorevoli scienziati (Stephen Hawkins), imprenditori (Elon Musk) e filantropi (Bill Gates) sostengono senza pudore che l’intelligenza artificiale è uno dei maggiori pericoli che attendono il genere umano lungo il suo cammino: il pericolo che le macchine possano diventare così potenti e intelligenti da sviluppare autonomamente la coscienza e decidere di conseguenza che gli umani vanno soggiogati.

È vero che la cosa suona un po’ comica, non foss’altro perché ricalca la trama di circa un terzo di tutta la letteratura mondiale di fantascienza. È vero che numerosi scienziati, inclusi gli esperti di intelligenza artificiale, escludono che ci siano per ora, o nel futuro prossimo, motivi di allarme. Ma «per ora», non vuol dire «mai». Cosicché questo potrebbe diventare il dilemma filosofico centrale del Terzo Millennio: cos’è davvero la vita, se non si distingue da quella artificiale? Esiste una cyber-etica indipendente dal software? C’è un libero arbitrio digitale?

In qualche modo, il pensiero moderno ha già cominciato a prendere le misure di una crescente crisi delle certezze, quantomeno dal 1979, quando Richard Rorty ha pubblicato il suo dirompente «Philosophy and the Mirror of Nature». La filosofia della scienza si sta spostando dalla retorica tradizionale, basata su una fondamentale capacità di predire gli eventi, a una consapevole accettazione dell’incertezza. In qualche modo, questo passaggio potrebbe essere esemplificato con la transizione dalla rigida meccanica newtoniana che domina la gravità dei corpi celesti, alla meccanica quantistica che – totalmente non deterministica – regna nel mondo delle particelle subatomiche. «Dio non gioca a dadi», fu il celebre commento di Albert Einstein di fronte a cotanta, inaspettata indeterminatezza. Oggi sappiamo che il più grande fisico della storia aveva torto. Dio gioca a dadi: nel mondo subatomico, gli elettroni seguono davvero il Principio di indeterminazione enunciato dal suo collega Werner Heisenberg.

Ma non c’è solo la fisica. I sismologi, i climatologi, perfino i biologi e i patologi, devono fare i conti con un tale grado di incertezza che la vecchia idea di una conoscenza come specchio fedele della natura, è quantomeno messa in discussione.

Mentre ci addentriamo a passi veloci dentro all’Infosfera, segnata dagli incerti confini fra il mondo analogico e quello digitale, la già pragmatica filosofia moderna dovrà ulteriormente riaggiustare il tiro con un approccio all’etica capace di includere tanto il mondo naturale che quello artificiale dei device costruiti dall’uomo, baciati da una crescente intelligenza.

Anche se davanti a un touchscreen possiamo trovare la rassicurazione del computo ergo sum, molti antichi dilemmi restano fatalmente aperti. Ma il bello è che, nel frattempo, ne abbiamo aggiunti altri, nuovi di zecca. Dalla psicologia online al digital divide. Dall’assalto alla privacy alla libertà di espressione in stile Wikileaks. Dai robot-badanti fino alla cyberguerra. Avevamo trovato molte risposte. E ci ritroviamo con più domande di prima.