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PRIVACY

Conversazioni “rubate”, sotto accusa anche Skype e Cortana

Microsoft nel mirino per aver raccolto, come Google e Apple, i file audio degli utenti. La replica dell’azienda: “Nessuna violazione della privacy”

22 Ago 2019

L. O.

Conversazioni “rubate” in violazione della privacy, ora il caso coinvolge anche Microsoft. Dopo le rivelazioni sugli Home speaker di Google, di Siri di Apple, gli Smart speaker di Amazon e Messenger di Facebook, spunta fuori che anche Skype e Cortana sono diventati veicoli per l’utilizzo delle registrazioni di conversazioni degli utenti. Come le altre big tech Microsoft – riporta il sito Motherboard – consentirebbe ai dipendenti delle imprese appaltatrici di raccogliere le chiamate effettuate attraverso la app di messaggistica e le richieste all’assistente vocale.

Sono stati gli stessi lavoratori a contratto a rivelare screenshot, audio e altri file contenenti le parole degli utenti. In particolare, nel caso di Skype, è stato il servizio di traduzione istantanea a rendere possibile la registrazione delle chiamate.

Nessuna violazione, è la replica di Microsoft alle accuse: “L’azienda ottiene l’autorizzazione dei clienti – ha spiegato un portavoce – prima di raccogliere e utilizzare i loro dati vocali. Assicuriamo loro il rispetto della privacy con accordi di non divulgazione con i dipendenti e le imprese”.

In realtà, nonostante le faq fornite con il servizio informino della possibilità di utilizzo dei dati raccolti, Microsoft – riporta Motherboard – non illustra che sono delle persone, e non un sistema di Intelligenza artificiale, ad ascoltare le registrazioni per migliorare il servizio: i dipendenti delle aziende appaltatrici trascrivono il file audio e scelgono l’opzione più adatta per la traduzione. Ciononostante Microsoft fa sapere che non è possibile risalire a informazioni personali come il nome utente o il numero di dispositivo dal momento che vengono rimossi gli elementi identificativi.

La raccolta di file audio fa parte di una strategia di miglioramento del servizio. In quest’ottica è stato scelto di affidare a personale umano il compito. Ma nonostante gli audio forniti durino pochi secondi, in alcune conversazioni vengono toccati argomenti sensibili.

Dopo il caso Siri, la reazione di Apple è stata di stoppare la pratica. Ma contro l’azienda di Cupertino si sta muovendo una class action centrata sull’ipotesi di violazione del California’s Invasion of Privacy Act, la legge sulla concorrenza sleale, il Consumers Legal Remedies Act e il Declaratory Judgment Act.

@RIPRODUZIONE RISERVATA
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