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IL CONVEGNO EIT ICT LABS

Cyber privacy: occorrono più regole o tecnologie più sicure?

Hardware e software che prevedano la privacy by design, la sfida dell’anonimato nei Big data e il nodo della responsabilità dell’utente online al centro del dibattito. Sullo sfondo gli OTT che sembrano agire al di là delle regole

11 Dic 2014

Patrizia Licata

Cyber privacy, le sfide e le scelte da affrontare e il ruolo della tecnologia sono stati al centro della seconda tavola rotonda, moderata dal giornalista Alessandro Longo, responsabile editoriale di Agendadigitale.eu, all’interno del convegno “Cyber Security & Privacy: come garantire la sicurezza senza ledere la privacy?” organizzato da EIT ICT Labs in media partnership con CorCom.

Giuseppe Bianchi, Professore Ordinario di Telecomunicazioni, Università di Roma Tor Vergata: “Le tecnologie per difendere la privacy ci sono, per esempio la crittografia, ma non ve n’è traccia nei sistemi reali, nella progettazione hardware e software di molte aziende, a partire da Google, ma non solo. Questi strumenti non sono previsti perché impedirebbero la profilazione dell’utente. Occorrerebbero regole per incentivare la privacy by design. Oggi la privacy ricade non sull’azienda ma sull’utente; potremmo anche dare all’utente strumenti semplificati per avere il controllo dei suoi dati online: una prospettiva che non piacerà a Facebook, Google & co. ma è la direzione da prendere da parte di politica e creatori di tecnologie”.

Cosimo Comella, Responsabile Tecnologia, Garante Privacy: “L’anno prossimo l’Ue potrebbe varare nuove regole sulla privacy piu stringenti per gli OTT, ma saranno una vera svolta? Le norme possono essere anche perfette ma occorre calarle in sistemi tecnologici e sociali complessi e il vero nodo è farle rispettare. Anche se si istituisce un one-stop-shop per risolvere i problemi di violazione della privacy, siamo sicuri che non si creeranno scappatoie? Nei Big data la sfida è garantire l’anonimato: non è così semplice come dicono alcune aziende”.

Roberto Fermani, Responsabile Funzione Privacy, Telecom Italia: “Oggi nelle aziende non si fa che ripetere: Se Google e Facebook possono farlo perché noi non possiamo? Il contesto europeo è iper-regolato e temo che le nuove regole sulla data protection non siano veramente nuove e vadano ad appensatire il sistema normativo. Aziende come Telecom Italia vogliono poter usare i Big data, che altro non sono che grandi volumi di dati anonimi, non ci interessano le singole persone ma i macro-trend. Ma le aziende italiane e europee hanno troppi vincoli”.

Mario Frullone, Vice Direttore Generale, Fondazione Ugo Bordoni: “Il vero nodo nella questione della difesa della privacy in Rete è nella consapevolezza e nel comportamento dell’utente: quante volte si dà il consenso al trattamento dei propri dati senza rendersene conto? Le persone sono desiderose di usare servizi e applicazioni su Internet e non pensano ai consensi che danno. Noi della Fondazione Ugo Bordoni stiamo lavorando a un sito, che sarà online tra sei mesi, dove in modo semplice gli utenti potranno calcolare il loro grado di esposizione in Rete”.

Rufo Guerreschi, Direttore Esecutivo, Open Media Cluster Roma: “Anche per affrontare il tema della privacy l’Europa potrebbe pensare a costruire un suo hardware documentato e affidabile, verificato fin dal livello di fabbricazione. Occorrono anche soluzioni meno complesse di quelle esistenti e standard che guidano industria e mercato sviluppate con collaborazioni pubblico-private: abbiamo bisogno di tecnologie end to end verificabili, livelli di certificazione di livello europeo. Così si garantisce il rispetto dei diritti costituzionali”.

Vito Morreale, Head of Lab of Intelligent Systems and Social Software for Security, Enterprises, and Transport, Engineering: “Quando si parla di privacy non dobbiamo pensare solo al caso Snowden ma agli utenti comuni e alle informazioni che diamo in modo volontario, con il nostro consenso anche se non informato: è così che i nostri dati diventano proprietà di Facebook, Flickr, ecc. Il peggior nemico della nostra privacy siamo noi stessi. Ma quando cediamo i nostri dati alle Internet companies li diamo anche ad aziende terze, senza sapere dove saranno conservati e come saranno utilizzati. Non ci può essere privacy se non c’è sicurezza ma anche se non c’è una normativa chiara e un comportamento consapevole dell’utente”.

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