Digital Single Market, prime crepe su privacy e diritto d'autore - CorCom

Digital Single Market, prime crepe su privacy e diritto d’autore

Il piano è entrato nel vivo ma c’è chi sostiene che sia troppo sbilanciato verso le industrie tradizionali a scapito dei nuovi player. E il rischio è che nella rete regolamentare gettata per contenere gli eccessi dei big americani finiscano impigliati anche i pesci piccoli europei

14 Ott 2016

Francesco Molica

È ormai entrato nel vivo il piano per rimuovere le frontiere digitali in Europa fortemente voluto dal presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. Dopo la presentazione a maggio 2015 della strategia complessiva, in cui si riassumevano gli orientamenti generali e la tabella di marcia, Bruxelles ha cominciato a spron battuto a licenziare proposte legislative. E, puntualmente, gli applausi hanno lasciato il posto alle critiche, ai dubbi, alle polemiche. Così i due commissari responsabili del dossier, il pacato Andus Ansip e l’arcigno Günther Oettinger, hanno cominciato a saggiare tutte le resistenze di una rivoluzione normativa che a parole tutti celebrano, ma sotto sotto in tanti temono.

Perché per fare davvero il Digital Single Market, ovvero far recuperare all’Europa il pesante svantaggio tecnologico accumulato negli anni ai danni di altre potenze internazionali, occorre sradicare antiche rendite di posizione, resistere al pressing centrifugo delle capitali, fare sintesi delle spinte divergenti dell’industria. Un compito quasi impossibile. Specialmente quando ci si avventura in territori controversi per definizione come il diritto d’autore, le telecomunicazioni, la privacy. “Stiamo risolvendo tutti i problemi che impediscono lo sviluppo di un autentico mercato unico nell’era del digitale e ostacolano la competitività”, ripete con ottimismo Andus Ansip nelle sue frequenti apparizioni pubbliche. Eppure alcuni analisti cominciano a denunciare le prime crepe nella strategia della Commissione. “Spero che la Commissione trovi un giusto equilibrio tra così tante posizioni diverse, perché sin qui non ha dimostrato di saperlo fare”, dice Fredrik Erixon del think tank European Centre for International Political Economy. Aggiungendo sferzante: “la visione e le ambizioni di Bruxelles sono state chiaramente ridimensionate”. Il riferimento è soprattutto alla proposta di riforma del diritto d’autore presentata a metà settembre, che ha ricevuto una pioggia di critiche.

La parola a Julia Reda, l’eurodeputata tedesca che ha seguito i lavori di preparazione per Strasburgo: “la riforma avrà un impatto disastroso sulla libertà di espressione su internet, sulla libertà di innovare delle startup europee, sulla causa di un’Europa digitale senza confini”. Un giudizio, senza dubbio, troppo severo. Ma che riflette un malessere generalizzato su un testo che oscilla troppo in favore delle industrie tradizionali (editori, produttori) e mostra poche aperture nei confronti dei nuovi player. Le piattaforme digitali escono infatti assai malconce dalla prima infornata di testi comunitari sul digital single market. Dalla proposta sul copyright alle nuove regole sulle telecomunicazioni è tutto un proliferare di nuovi obblighi. Legittimi, per carità.

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E’ pur vero che al cospetto di un quadro normativo non al passo con i tempi, gli Ott hanno beneficiato in questi anni di eccessiva libertà. Il che ha permesso, in particolare ai giganti della Silicon Valley di usufruire, sovente, di un notevole vantaggio competitivo su altri attori, viceversa frenati da maglie regolamentari più strette. Si pensi solo all’asimmetria competitiva tra i servizi VoIP o di messaggistica come WhatsApp e gli operatori telefonici tradizionali. Asimmetria su cui interviene in scivolata il nuovo codice europeo sulle comunicazioni elettroniche. E ancora la proposta di revisione della direttiva e-privacy che sarà pubblicata nei primi mesi del 2017. Tuttavia, il rischio paventato da molti è che nella rete regolamentare gettata per contenere gli eccessi dei big americani finiscano impigliati anche i piccoli pesci europei. Insomma, troppe regole potrebbero strozzare l’innovazione dell’Ue. La Commissione ne è certo consapevole. Alcune proposte di prossima presentazione sono state pensate per dare sostegno al settore digitale di casa nostra. A novembre un’iniziativa sulle startup dovrebbe avere il suo clou in un alleggerimento regolamentare. L’altro testo molto atteso dall’ecosistema dell’innovazione europeo è quello che andrà a semplificare e armonizzare il regime di Iva sulla vendita di prodotti e servizi digitali. Ci sono inoltre diverse proposte che guardano al futuro. A giugno la Commissione ha presentato un’ambiziosa iniziativa sull’Industria 4.0, frutto di una lunga consultazione con le associazioni di categoria.

Il piano mobiliterà in totale 50 miliardi di euro fino al 2020, e prevede una serie di misure per coordinare gli sforzi degli Stati membri per la digitalizzazione dell’industria e dei servizi ad essa collegati con una forte spinta agli investimenti congiunti tra settori diversi attraverso partnership strategiche e reti di imprese. A breve sarà in pista anche una iniziativa sul cloud, che integrerà quelle già avviate. E la Commissione ha presentato un piano sulle nuove competenze che dà ampio spazio alle azioni per sostenere la diffusione delle e-skills.

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