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L’INTERVISTA

Digitale, D’Angelo (Citel Group): “Più spazio alle italiane e il Sud rinascerà”

Il ceo della società che nella sede di Napoli gestisce una software factory con 80 professionisti: “Accogliamo i talenti e miriamo alla qualità. Ma grandi aziende e PA dovrebbero investire di più sul made in Italy o il Paese perderà un patrimonio di competenze ingegneristiche”

26 Mar 2018

Antonello Salerno

La rivoluzione digitale che sta investendo il Paese può essere un’occasione di riscossa per il Sud, che consente lo sviluppo di imprese di medie dimensioni ma spiccatamente innovative. E’ il caso di Citel Group, società con headquarters a Napoli e ramificazioni internazionali fino in Brasile, che si è data la mission di accompagnare nella digital transformation le pubbliche amministrazioni e le aziende del territorio. Con i suoi 150 dipendenti, gli 8 milioni di euro di fatturato nel 2107  e la previsione di arrivare a 10 nel 2018, l’azienda si pone per l’anno in corso l’obiettivo di mettere a segno alcune acquisizioni mirate, guardando a realtà eccellenti per competenze o soluzioni, e di assumere in Italia in maniera organica 40 persone entro dicembre. A spiegare in un’intervista a CorCom l’impatto del digitale sul territorio è Valerio D’Angelo, Ceo di Citel group, che rivendica orgogliosamente le radici “locali” dell’azienda e il valore aggiunto che può portare rispetto ai servizi dei “giganti” internazionali.

D’Angelo, come sta cambiando il mercato della digital transformation in Italia, e che segnali arrivano dalle Pmi con cui entrate in contatto?

Di certo non siamo più all’anno zero. Ma è anche vero che c’è ancora molta strada da fare. Il mercato si è sensibilizzato, finalmente c’è una coscienza concreta da parte delle aziende private e pubbliche, a partire dalle grandi, banche ,  telco e utilities: per loro la digital transformation è un percorso dovuto per rimanere competitive. La novità però è che sono ormai partite anche le Pmi e la pubblica amministrazione locale. Se pensiamo fino a qualche tempo fa agli annunci non seguivano i fatti, oggi è ormai chiaro che senza digital transformation le aziende rischiano di morire, di essere tagliate fuori da un mercato globalizzato che offre grandi sfide e opportunità anche dall’estero, in cui per competere è necessario ridurre i costi, migliorando i processi in tutti i settori e di migliorare la capacità di  prevendita ,  vendita, il marketing fino al  caring.

Quali sono le richieste principali che vi trovate ad affrontare?

C’è da dire che spesso siamo ancora noi a stimolare la domanda: so potessimo limitarci a rispondere alle richieste dei clienti il Paese sarebbe molto più avanti. Quello che avvertiamo comunque dai nostri clienti è l’attenzione ad automatizzare sia il ciclo passivo sia il ciclo attivo. Nel primo caso a trainare è soprattutto la PA, dagli acquisti alla gestione dei documenti, fino all’inventario. Mentre l’automazione del ciclo attivo, dal prevendita al post vendita, è una necessità molto più sentita nel campo delle piccole e medie imprese. Se pensiamo ad esempio quali grandi opportunità può aprire in questo campo l‘e-commerce, o le interazioni in real time con gli utenti nei punti vendita, fino ad arrivare alla semplificazione dei contatti diretti con l’utente grazie ai chatbot e all’intelligenza artificiale.

Qual è la forza di un’azienda come Citel rispetto alle proposte dei giganti multinazionali?

Si basa su due cardini: la nostra dimensione e la nostra territorialità. Abbiamo investito in una software factory che conta sul lavoro e sulle competenze di 80 professionisti. In una città come Napoli, dove si uniscono la creatività e la formazione offerta da ottime università. Questo vuol dire che su questo territorio si trovano professionisti di grande qualità ai costi giusti, consentendo di investire nella competenza. In più, la nostra dimensione è quella giusta per offrire flessibilità e affidabilità ai nostri clienti, con una catena decisionale corta. Per rimanere competitivi dovremo continuare a investire nella qualità, nello sviluppo software e nella system integration a monte, e nella nostra factory di quality assurance a valle, dove siamo in grado di mettere in qualità e affidabilità tutti i software applicativi dei clienti, che siano nostri o di terze parti, con tanto di test di sicurezza per provare e collaudare l’applicativo. Quella della cybersecurity è una delle unit che cresce di più in questo momento; facciamo in maniera gratuita un test di vulnerabilità, possiamo contare su software che attraverso sonde entrano nelle applicazioni e ne evidenziano le vulnerabilità: in base a questa analisi proponiamo soluzioni su misura, senza richiedere nella maggior parte dei casi investimenti troppo onerosi.

In termini di sistema Paese è importante la presenza di piccole aziende come la vostra, con solide basi in Italia?

Investire nelle aziende italiane dovrebbe essere considerato come un obbligo morale. Perché altrimenti rischieremmo di perdere le capacità ingegneristiche “made in italy” per cui siamo molto apprezzati anche a livello internazionale. Credo che il Paese debba difendere la propria capacità  ingegneristica nel campo della trasformazione digitale e dell’innovazione. E che tutti, a partire dalle grandi aziende e dalla PA, dovrebbero preservane una percentuale del proprio budget da investire su aziende a capitale Italiano, che spesso sono geograficamente polverizzate e hanno bisogno di crescere anche nell’interesse dei territori in cui operano.

Quanto si fa sentire in un momento di forte espansione come questo lo shortage di competenze digitali?

Il gap è enorme. Ci sono troppi disoccupati in settori dove non c’è occupazione, e bassa offerta dove l’occupazione ci sarebbe. Questo succede perché l’impresa e l’industria entrano poco nei piani accademici e nella pianificazione dei corsi. Anche nelle facoltà più tecniche c’è bisogno di indirizzi sempre più specifici, puntando alle tecnologie d’avanguardia, altrimenti quando si assume un neolaureato ci sarà sempre bisogno di aggiornarne le competenze. Sui laureati c’è bisogno di investimenti continui di training on the job e formazione continua, anche teorica, in azienda. Ma c’è un passo ulteriore: una volta investito sui giovani, dobbiamo essere capaci di coinvolgerli in un contesto accogliente, in una vita aziendale che li faccia sentire a loro agio, senza spremerli. E’ una questione a cui prestiamo particolare attenzione, e che sta facendo aumentare il nostro appeal tra i giovani, che apprezzano la possibilità di far parte di un ambiente armonico. E’ cosi dalla nostra nascita, e anche se stiamo crescendo vogliamo mantenere questo approccio di azienda-famiglia.

Avete in campo collaborazioni con 4 atenei campani. Che risultati state sperimentando?

Consideriamo fondamentale poter avere accesso ai miglior talenti e alle persone formate che terminano il loro percorso universitario, contribuendo a farle rimanere dove si è investito tanto, in fondi pubblici, per formarli. Detto questo, credo in ogni caso che, oltre al miglioramento degli indirizzi formativi di cui abbiamo già accennato, sia fondamentale che gli atenei forniscano ai loro studenti anche le soft skill: si deve capire che l’informatico non è più un nerd che passa la sua giornata davanti allo schermo di un Pc, ma un professionista che deve essere in grado di capire e interpretare le esigenze di un’azienda per la trasformazione digitale, e di tradurle con la massima resa anche nelle relazioni interpersonali con i clienti: sono skill fondamentali che vanno al di là della mera competenza tecnica di uno sviluppatore.

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Antonello Salerno

Professionista dal 2000, dopo la laurea in Filologia italiana e il biennio 1998-2000 all'Ifg di Urbino. Ho iniziato a Italia Radio (gruppo Espresso-La Repubblica). Poi a ilNuovo.it, tra i primi quotidiani online nati in Italia, e a seguire da caposervizio in un'agenzia di stampa romana. Dopo 10 anni da ufficio stampa istituzionale sono tornato a scrivere, su CorCom, nel 2013. Mi muovo su tutti i campi dell'economia digitale, con un occhio di riguardo per cybersecurity, copyright-pirateria online e industria 4.0.

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