DATI PERSONALI

Diritto all’oblio, dopo il no di Google solo 50 ricorsi al Garante della Privacy

A circa un anno di distanza dall’obbligo imposto dall’Ue di rispondere alle richieste di deindicizzazione, pochissimi hanno scelto di ricorrere in appello

26 Ott 2015

Andrea Frollà

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Il Garante per la Privacy ha definito circa 50 ricorsi di persone comuni, professionisti e figure pubbliche locali che hanno scelto di fare appello contro Google per il mancato riconoscimento del cosiddetto diritto all’oblio. Da maggio 2014, quando la Corte di Giustizia dell’Ue ha imposto a Big G l’obbligo di dare riscontro alla richieste di chi non voleva che le pagine contenenti il proprio nominativo apparissero nel popolare motore di ricerca, l’authority ha dunque ricevuto solo una cinquantina di ricorsi per il mancato accoglimento della richiesta di deindicizzazione. Pochi se si pensa che le istanze rigettate dalla compagnia di Mountain View si contano a migliaia.

In un terzo dei casi il Garante ha accolto il ricorso ordinando a Google di rimuovere alcuni link (quelli di Facebook sono tra i più eliminati) in quanto le informazioni personali contenuti nei siti non erano più di interesse pubblico o si riferivano a persone estranee alle vicende narrate oppure ancora erano lesive della sfera privata. In tutti i restanti casi Google ha invece avuto ragione sui richiedenti perché secondo il Garante i dati sono stati trattati dall’azienda nel rispetto del principio dell’essenzialità dell’informazione e l’interesse pubblico è stato considerato prevalente.

Un’altra decina di ricorsi è attualmente in fase di definizione, anche se bisogna ricordare che è possibile ricorrere in appello contro la deindicizzazione anche dinanzi all’autorità giudiziaria.

Sul tema dell’e-privacy già da tempo si è mossa l’intera Unione Europea, con la firma nel giugno scorso di un documento comune da parte dei 28 stati mebri.

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