Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

LA CAUSA

Facebook: maxi class action, per 25mila utenti viola la privacy

Il procedimento avviato in Austria dall’attivista Max Schrems. Nel mirino il tracciamento “illegale” dei dati personali e la collaborazione con il programma di sorveglianza della Nsa

09 Apr 2015

Patrizia Licata

Si è tenuta oggi la prima udienza preliminare presso il Tribunale regionale di Vienna della maxi “class action” contro Facebook, accusato da 25mila utenti di una serie di violazioni della privacy. Max Schrems, 27 anni, laureato in legge e attivista per la protezione dei dati, insieme ad altri 25mila iscritti al social network, ha mosso causa al sito per violazioni che vanno dal tracciamento “illegale”, in base alle leggi Ue, dei dati personali, alla collaborazione con il programma di sorveglianza Prism della National Security Agency Usa. La causa era stata originariamente depositata presso il Tribunale commerciale di Vienna ma questo l’aveva respinta e rinviata al Tribunale regionale.

“Di fatto chiediamo a Facebook di interrompere la sorveglianza di massa, di adottare una politica sulla privacy seria, comprensibile, ma anche di smettere di raccogliere dati di persone che non sono neppure utenti Facebook“, ha dichiarato Schrems in un’intervista all’Afp.

Max Schrems ha fatto causa al social network tramite la sua iniziativa Europe vs Facebook, sul cui sito scrive: “L’udienza è andata bene dal mio punto di vista. Facebook ha provato a sostenere che io non sono un consumatore e penso di poter affermare che non è riuscita a dimostrare la sua tesi”. Il Tribunale regionale di Vienna ha autorizzato Facebook a presentare nuova documentazione e poi deciderà se la causa potrà essere dibattuta a Vienna. Secondo Schrems, Facebook si opporrà a mantenere il procedimento a Vienna e cercherà uno stallo.

La causa è stata intentata contro la sede europea di Facebook a Dublino, che registra tutti gli account fuori da Usa e Canada, l’80% circa del miliardo e 350 milioni degli utenti del sito. “All’interno dell’Unione europea tutti i paesi membro devono attuare le sentenze dei tribunali degli altri paesi dell’Ue”, spiega Schrems. “Una sentenza dell’Austria ha dunque lo stesso valore di una sentenza dell’Irlanda. Il fatto che Facebook sia un’azienda americana è irrilevante, perché tutti gli utenti fuori da Usa e Canada hanno un contratto con Facebook Ireland“.

I costi legali della causa sono sostenuti dallo studio austriaco Roland ProzessFinanz, che incasserà il 20% del denaro se Schrems vincerà in tribunale. L’attivista chiede il pagamento di 500 euro di danni per utente.

Tecnicamente la causa non è una class action, perché non esistono leggi sulle class action in Austria, ma gli avvocati austriaci hanno pensato di raggruppare le richieste di risarcimento “assegnandole” a una sola persona che fa causa per conto di tutti gli altri; questa persona (che è ovviamente Schrems) distribuirà poi i risarcimenti agli altri.

Proprio questo punto però potrebbe giocare a favore di Facebook, che ha sostenuto che la class action è inammissibile in base alla legge austriaca, obiezione che i legali di Schrems definiscono “inconsistente” e su cui ora i giudici dovranno dare un parere, oltre a decretare sulla correttezza della giurisdizione austriaca e sull’ammissibilità dei vari capi d’accusa contro il social network. Secondo quanto riporta TechCrunch, Schrems accusa Facebook in Europa di attuare una policy sull’uso dei dati in contrasto con la legge Ue per la mancanza di effettivo consenso sull’uso di molti dei dati; per il supporto del programma di sorveglianza Prism della Nsa; per il tracciamento degli utenti di Internet su siti esterni (per esempio cliccando su “Mi piace”); per il monitoraggio e l’analisi degli utenti con sistemi per i Big data; per l’introduzione illecita della “Graph Search”; e per il trasferimento non autorizzato dei dati degli utenti ad applicazioni esterne.

Articolo 1 di 4