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Facebook punta ai servizi 2.0, la sanità verso la svolta social

Negli Usa il 90% delle persone si fida delle informazioni trovate in Rete. E il social network pensa a community di persone che soffrono delle stesse patologie. Ma gli esperti avvertono: “Si rischia l’eccesso di autodiagnosi”

14 Ott 2014

Massimo Canorro

Rafforzare la conoscenza e promuovere un uso consapevole delle nuove tecnologie come supporto e integrazione ai servizi tradizionali offerti in campo medico. Sono gli obiettivi della giornata dedicata alla tutela della salute online, organizzata dal movimento difesa del cittadino e promossa lo scorso fine settimane in dieci piazze.

Dalla prenotazione delle visite mediche al ritiro dai referti al pagamento dei ticket, soltanto per citare alcune possibilità, la cosiddetta Sanità 2.0 si sta facendo largo non solo tra i professionisti del settore ma anche tra molti utenti avvezzi alle nuove tecnologie. Basta pensare al riscontro che sta avendo il portale Pazienti.it, “un servizio che consente a chiunque, anche non avendo conoscenze di medici, di informarsi e di scegliere in modo consapevole”, spiega Linnea Passaler, medico e fondatore della piattaforma. Un sito, nato sull’onda del britannico Patient opinion e dello statunitense Patients like me, caratterizzato da una community dove le persone possono contattare specialisti, acquistare trattamenti oppure esami e trovare risposte ai loro quesiti. “Community che possono essere interessanti per il paziente che necessita di alcune nozioni basiche, ma che non possono e non devono sostituire il rapporto diretto con il medico e soprattutto non devono permettere in alcun modo la diffusione dei dati di salute”, precisa al Corriere delle Comunicazioni Filomena Polito, data protection officer Asl 5 Pisa e presidente Apihm (Associazione privacy and information healthcare manager).

“Il rischio ulteriore e concreto di un uso massiccio dei social network sulla salute – continua – è che una persona navigando in rete si faccia una sorta di autodiagnosi, anche per quanto riguarda i farmaci da assumere, e che voglia incontrare il medico solo per averne conferma”. Eloquente, in tal senso, l’esempio che arriva dagli Stati Uniti. “Il 55% degli americani preferirebbe mandare una foto di un problema alla pelle a un dermatologo per un controllo, mentre il 43% delle persone con pacemaker o defibrillatori impiantabili vorrebbe dei controlli di routine soltanto da remoto”, afferma Daniel Martich della University of Pittsburgh medical center, aggiungendo che “il 90% delle persone crede alle informazioni condivise sui social e il 60% dei medici pensa che questi strumenti migliorino le cure”.

Recentemente Facebook si è dimostrato interessato alla realizzazione di gruppi (o comunità online) di supporto con l’intento di mettere in comunicazione tra loro gli utenti che soffrono di determinate malattie; in quest’ottica la società di Mark Zuckerberg avrebbe già contattato alcuni esperti nel campo medico e starebbe studiando delle app per migliorare lo stile di vita delle persone. Ovviamente ciò potrebbe creare una serie di problemi legati alla privacy. “Per quanto sia doveroso, da parte degli sviluppatori dei software, che le informative in materia di riservatezza dei dati siano chiare e che gli accordi in queste contenute siano rispettati, l’utente deve fare la sua parte mostrando una maggiore consapevolezza per quanto riguarda i suoi diritti”, conclude Polito, che si dice “favorevole ai social network delle aziende sanitarie, ma solo se questi sono utilizzati per fornire al cittadino una serie di informazioni di carattere generale, non prettamente mediche, visto che le aziende non possono, neppure con il consenso dei pazienti, diffondere dati di salute tramite i social”.

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