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IL DIBATTITO

Fake news e hate speach, Ibm: “Facebook&co non scarichino le responsabilità”

Il colosso IT si unisce al pressing del Congresso sulle piattaforme online, oggi esenti negli Usa da obblighi legali sui contenuti user-generated. Per Ibm la legge va aggiornata: YouTube e i social possono essere “scagionati” solo se controllano e rimuovono subito i post illeciti

11 Lug 2019

Patrizia Licata

giornalista

Le grandi piattaforme online come YouTube di Google, Facebook e Twitter devono assumersi la responsabilità legale sulle fake news e l’hate speech che circolano sulle loro piattaforme: lo ha scritto in un blog post Ryan Hagemann, government and regulatory affairs technology policy executive di Ibm. Occorrono nuove regole, afferma Hagemann, che riducano le esenzioni di cui attualmente godono negli Stati Uniti le aziende di Internet in merito ai contenuti generati e postati dagli utenti.

Attualmente la legge americana (Section 230 of the Communications Decency Act) offre alle aziende di Internet protezione legale sui quanto pubblicato da terze parti. Questa esenzione, però, secondo Hagemann, non dovrebbe essere automatica ma basata sulla condizione che le piattaforme online agiscano per arginare gli utilizzi impropri o addirittura illeciti dei loro servizi.

“Una legge pensata quasi un quarto di secolo fa per stimolare la nascente economia di Internet deve essere aggiornata per tenere conto dell’enorme potere  sociale, economico e persino politico del mondo online”, afferma il top manager Ibm.

Il top manager di Ibm si unisce alle pressioni sui colossi di Internet che già arrivano da Washington: sono numerosi i politici che sostengono la necessità di limitare le esenzioni per le piattaforme di Internet, alla luce della difficoltà che Facebook, Twitter e YouTube hanno di arginare la proliferazione di contenuti violenti, notizie false e ingerenze di attori stranieri sulla vita democratica dei paesi.

In particolare il senatore Repubblicano Josh Hawley ha introdotto una proposta di legge che vincola la concessione della responsabilità limitata alle grandi tech companies alla loro capacità di trattare i contenuti politici in modo neutrale: in pratica solo se attuano una sorta di “par condicio”. Il presidente della commissione Giustizia del Senato Lindsey Graham ha proposto invece di raccogliere una serie di best practice da aziende e enti governativi e no-profit relativamente alle responsabilità assunte sui contenuti postati online dagli utenti e condurre regolari audit sull’adeguamento a questi comportamenti virtuosi.

La proposta di Ibm è di inserire uno standard “reasonable care” alla legge Communications Decency Act che oggi garantisce l’esenzione alle piattaforme online: in pratica le tech companies dovranno assumersi la responsabilità di moderare i contenuti postati dagli utenti. L’obiettivo dello standard è portare alla rimozione tempestiva dei contenuti violenti, illegali o falsi. Al tempo stesso, tale misura sarebbe sufficientemente flessibile da continuare a promuovere l’innovazione online e adattarsi ai diversi modelli di business, scrive Hagemann.

Questa flessibilità poggia però sul fatto che il concetto di  “reasonable care” è sfumato e apre le porte a una serie di cause legali contro tech companies e social media e che spetterà di volta in volta al giudice decidere se la “cura” con cui queste imprese moderano e rimuovono i contenuti inappropriati è sufficiente o no. Una norma costosa per le aziende e le start-up, dicono le Internet companies, da sempre contrarie alle modifiche al Communications Decency Act.

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