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LAVORO

Gig economy, nasce a Bologna la prima carta dei diritti del rider

Il Comune predispone un documento nel quale si fissa un set di tutele minime: paga adeguata, contratti trasparenti e assicurazione i punti chiave. Sindacati pronti a firmare. Ichino: “C’è spazio per contrattare i nuovi diritti, a patto che non si demonizzi la nuova economia”

13 Apr 2018

Federica Meta

Giornalista

Non si ferma la battaglia per i diritti dei lavoratori della gig economy. All’indomani della sentenza del tribunale di Torino secondo la quale i riders di Foodora non possono considerarsi lavoratori dipendenti, i fattorini vanno avanti cercando “alleanze”a livello locale. A fare da apripista la Carta per i diritti predisposta dal Comune di Bologna che è pronta per essere firmata da Cgil, Cisl, Uil e Union Riders: paga minima adeguata, niente cottimo, coperture assicurative, indennità meteo e contratti trasparenti i punti chiave. Per la prima volta nel nostro Paese si fissano una serie di tutele minime in un settore, come quello delle gig economy, in cui difficilmente si possono applicare le forme di protezione “tradizionali”. La Carta verrà presentata domenica 15 aprile in occasione della prima assemblea nazionale dei riders.

“Con il documento – spiega l’assessore al Lavoro di Bologna, Marco Lombardo – si conferma percorso di confronto con le piattaforme digitali per arrivare ad una condivisione più ampia possibile della Carta dei diritti fondamentali del lavoro digitale nel contesto urbano  per superare le zone grigie su dignità e sicurezza sul lavoro”.

I riders dal canto loro monitoreranno affinché i principi della carta siano effettivamente applicati e perché costituiscano relamente un primo passo verso condizioni di lavoro più dignitose per tutte e tutti i cicliofattorini di Bologna e non solo.

In una nota congiunta i riders e il Comune sottolineano che “la sentenza di Torino certo non aiuta, ma alla base della carta c’è la presa d’atto che, a prescindere dalla qualificazione giuridica del rapporto di lavoro (autonomo o subordinato) e senza una regolamentazione condivisa, le nuove attività economiche che stanno emergendo attraverso l’uso di strumenti digitali, possono generare zone grigie che ricadono sui lavoratori. “All’interno della Carta – spiegano – si riporta l’impegno del Comune per sostenere la crescita dell’economia digitale e per individuare misure di carattere amministrativo che regolino i comportamenti disincentivando quelli in contrasto con il documento”.

Il tentativo di regolazione avviato dal Palazzo D’Accursio guarda a quei Paesi europei dove prove di regolamentazione sono già state avviate, sia da parte dei tribunali sia con accordi con i sindati. La bussola in Gran Bretagna sono due sentenze, una della Royal Court of Justice del 2017 e una di un Employment Tribunal del 2016  che hanno qualificato come worker a norma dell’Employment Rights Act 1996, ma non come employee, rispettivamente un idraulico operante con la catena Pimlico e alcuni autisti operanti con Uber.

“Oltre Manica – spiega il giuslavorista Pietro Ichino, in un intervento su lavoce.info – sembra dunque prendere piede la classificazione di questo tipo di organizzazione del lavoro in un tertium genus, distinto sia dal lavoro subordinato sia dal lavoro autonomo tradizionale. Un orientamento simile si registra in alcune sentenze pronunciate in California, dove pure se ne sono registrate di negative sulle rivendicazioni di platform workers”.

Diversa la situazione nei Paesi dell’Europa continentale dove proliferano le cosiddette umbrella companies, che offrono ai lavoratori delle piattaforme ma che agli autonomi che non godono di un regime assicurativo di categoria, un servizio di riscossione dei compensi e la possibilità di attivare una propria posizione previdenziale, attraverso la simulazione di un rapporto di lavoro alle proprie dipendenze. Tra questi Paesi spicca il Belgio dove la Smart – una umbrella company appunto – si è accordata con con Deliveroo per garantire ai riders un compenso minimo garantito indipendente dal numero delle consegne compiute, un contributo per la manutenzione della bicicletta e dello smartphone: Deliveroo versa le risorse a Snart che poi le dirotta sui fattorini.

Secondo Ichino proprio l’esperienza dell’accordo Smart-Deliveroo in Belgio “mostra quanto spazio ci sarebbe, su questo terreno, per una iniziativa sindacale di organizzazione e contrattazione, che potrebbe dar vita a un sistema di protezione rispettoso delle peculiarità di questa nuova forma di organizzazione. Certo, questo presuppone che essa non venga demonizzata”.

I sindacati si stanno attrezzando. Come ricorda anche Susanna Camusso. “Abbiamo presentato, non a caso, una proposta di legge, la carta dei diritti universali, perche’ il tema dei diritti in capo alle persone non e’ risolto nell’attuale legislazione – spiega la segretaria generale della Cgil – La moltiplicazione dei lavori determina anche lavoratori che non hanno diritti, tra questi ci sono sicuramente i rider”.

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