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LAVORO

Gig economy, più diritti per gli autisti di Uber (anche negli Usa)

Dopo quelle britanniche anche le autorità americane chiedono alla startup di riconoscere lo status di dipendenti ai guidatori. Salario minimo, ferie e malattie pagate le garanzie richieste

23 Lug 2018

Più regole per Uber. Dopo la Gran Bretagna, anche le autorità americane chiedono alla società di riconoscere agli autisti lo status di dipendenti. Un nuovo caso che può ribaltare gli equilibri della gig economy, che in Italia vede in primo piano le battaglie di chi fa consegne a domicilio.

La piattaforma è stata al centro di un discusso caso: negli Stati Uniti ha sospeso un autista che lavorava anche per la rivale Lyft, per aver fatto lo streaming e messo sui social della corsa di un cliente. Le autorità di New York – secondo il sito Engadget – hanno raggiunto una decisione che potrebbe cambiare il modo in cui i conducenti di Uber sono classificati, almeno per quanto riguarda l’assicurazione relativa alla disoccupazione: si sono infatti pronunciate in favore di tre ex autisti che hanno intentato una causa contro la società per la richiesta di assicurazione sulla disoccupazione fatta nel 2016 e non accettata.

Secondo le autorità Usa, la decisione non si applica solo a loro ma anche ad altri autisti Uber “in posizione simile”. La piattaforma potrà appellarsi alla decisione. A novembre 2017 Uber è stata sconfitta di fronte al tribunale del lavoro britannico: secondo la Corte, la startup californiana deve garantire ai suoi autisti una serie di diritti, fra i quali salario minimo, ferie e i giorni di malattia pagati.

Nel frattempo un autista che prestava servizio a St. Louis, Missouri, è stato sospeso dalla piattaforma per aver registrato diverse corse e mandate in streaming su Twitch senza il permesso dei passeggeri, violando dunque la loro privacy.

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