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ADDIO AL SAFE HARBOR

Gli americani alla Ue: “Con questa privacy mettete a rischio la vostra economia”

Secondo la Ccia, l’associazione che rappresenta i colossi del web, la sospensione del Safe Harbor potrebbe trasformarsi in un boomerang per l’Europa. “La regolazione diventerà troppo complicata”. Ma i consumatori europei esultano. Goyens (Beuc): “Se Facebook & co vogliono continuare a trasferire i dati oltre Atlantico rispettino le regole”

06 Ott 2015

Mila Fiordalisi

Mentre le associazioni dei consumatori europei esultano per la sentenza della Corte di Giustizia Ue che – invalidando il Safe Harbor della Commissione Ue – ha ridato ai singoli stati europei pieni poteri in materia di tutela dei dati dei propri cittadini, inclusa la possibilità di obbligare gli Ott a detenere i propri server su suolo continentale, dall’America si alzano le prime voci di allarme. E non poteva essere altrimenti se si considera che le big company mondiali del web nonché la maggior parte degli over the top ha natali Usa.

Facebook, Google e Twitter le aziende che rischiano il maggiore impatto in termini non solo di revisione dei regolamenti per la tutela della privacy (dovranno adeguarsi a quelli in vigore nei singoli stati membri della Ue), ma anche di gestione delle infrastrutture (i data center). Una partita che potrebbe valere centinaia di milioni di euro. Sono 4.410 le aziende interessate dalla decisione, ossia quelle che operano in regime di Safe Harbor, e il “danno” non sarebbe solo a carico degli americani. Anzi. “La sospensione del Safe Harbor impatterà negativamente sull’economia europea, colpendo le piccole e medie imprese in particolare e i consumatori che usano i loro servizio”, evidenzia Christian Borggreen, il direttore della Ccia (Computer & Communications Industry Association), l’associazione che rappresenta aziende quali Google, Amazon e eBay, per citarne alcune. “La regolamentazione si farà molto complicata e anche la negoziazione fra Bruxelles e Washington per stabilire un nuovo accordo per il trasferimento dati fra le parti”, aggiunge Borggreen.

Fra l’altro se è vero che l’Europa sta già rivedendo la normativa sulla data protection è anche vero che ci vorranno almeno un paio d’anni a seguito dell’approvazione delle nuove norme, prima che si tocchino con mano gli effetti concreti. Ma una soluzione va trovata ben prima se non si vuole rischiare l’impasse. Dunque serve un “nuovo” Safe Harbor che regolamenti i rapporti Usa-Ue nel trattamento dei dati trasnfrontalieri.

Da parte sua Monique Goyens, direttore dell’associazione dei consumatori europei (Beuc) nell’elogiare la decisione della Corte, puntualizza che “le leggi sulla protezione dei dati devono essere rispettate e applicate a prescindere se la società che maneggia i nostri dati sia europea o basata negli Usa”. Di conseguenza, “una corsia preferenziale per il trasferimento dei dati personali negli Usa dovrà pienamente rispettare le regole Ue sulla protezione dei dati. Se Facebook, Google e gli altri desiderano continuare a mandare i dati personali europei oltre Atlantico dovranno semplicemente garantire un adeguato livello di protezione in linea con le regole Ue”.

LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA UE

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