Cybersecurity, i dati italiani nelle mani di quattro telco straniere - CorCom

IL CASO

Cybersecurity, i dati italiani nelle mani di quattro telco straniere

Il giurista Sabino Cassese smonta la tesi del rischio per la sicurezza nazionale: “Vivendi deteneva il 24% del capitale di Tim da marzo 2016”. E amplia gli orizzonti: l’azienda francese non è l’unica straniera a cui fanno capo infrastrutture di Tlc nel nostro paese. Ma il Garante della Privacy non ci sta: “Su rete Tim transitano dati rilevanti”

29 Ago 2017

Mila Fiordalisi

Non solo Vivendi. Non solo una partita franco-italiana. Perché l’azienda di Bolloré non è l’unica straniera a deterenere reti di Tlc nel nostro Paese. A evidenziarlo è il giurista Sabino Cassese, giudice emerito della Corte Costituzionale, autore del parere sul “caso” Vivendi-Tim insieme con il collega Andrea Zoppini. “Non dimentichiamo che in Italia gestiscono reti altri tre operatori di Tlc stranieri”, ha detto in un’intervista al Corriere della Sera in cui spiega punto per punto perché Vivendi non aveva obbligo di notificare i nuovi assetti e perché il governo non potrà fare ricorso all’esercizio del golden power in particolare per “scorporare” Telecom Sparkle e Telsy, le due aziende della galassia Tim considerate più strategiche sul fronte della sicurezza nazionale

“I poter speciali (golden power, ndr) non sono applicabili alla rete di telecomunicazioni di Tim. I poteri speciali possono essere usati in due ipotesi: per la difesa e la sicurezza nazionale, ma solo se il rischio è effettivo, e per i settori dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni. Non possiamo far parte dell’Unione europea accettando le libertà di circolazione delle imprese e dei capitali e poi sottrarci alle regole dell’Unione quando ci potrebbe far comodo – evidenzia il giurista -. Si può lamentare un attacco alla sicurezza nazionale solo se il rischio è effettivo e concreto, non quando è astratto o ipotetico”. Riguardo specificamente alla questione della notifica da parte di Vivendi, Cassese sottolinea che “le norme prevedono che la notifica debba essere fatta se la società detiene “attivi” strategici nel settore delle telecomunicazioni decidesse di venderli o dsiporne con operazioni societarie. Questo non è avvenuto”. E ancora: “Né la presa d’atto da parte di Tim dell’avvio della direzione e coordinamento da parte di Vivendi né l’attribuzione di deleghe agli amministratori fanno sorgere per Tim l’obbligo di notifica al governo previsto dalla legge: quelli sono atti interni”. Vivendi – puntualizza il giurista – deteneva il 24% del capitale di Tim da marzo 2016, “è questo che conta”. Inoltre “eventuali mutamenti nel controllo, in base al codice civile o al Testo unico della finanza, si rilevano solo se l’acquisto della partecipazione che conferisce tale controllo è operato da un soggetto esterno all’Unione europea”. Quanto al tema della sicurezza nazionale “per la rete Telecom non vi sono i presupposti previsti dalla legge”.

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Secondo Cassese più che giuridica la situazione è politica e si rischia l’effetto boomerang: “Ritengo pericolosi gli arroccamenti nazionalistici, specialmente se sono ispirati dall’intento di operare ritorsioni. Vedo con preoccupazione riaffiorare idee di tipo statalistico: riportiamo sotto il controllo statale la rete di telecomunicazioni oppure sue parti, semmai in nome dell’interesse per la sicurezza. Mi chiedo se abbia senso questo neo-nazionalismo”.

Da parte sua inveve il Garante della Privacy ritiene “assolutamente ragionevole che il governo si preoccupi della necessità di garantire la sicurezza di una rete tanto importante quale quella controllata da Telecom, sulla quale transitano dati e comunicazioni personali così rilevanti e delicati”.

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