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IL TREND

Ict “femminile”, leva strategica per la crescita del Paese

La lotta al gender gap è in grado di incrementare il reddito nazionale e di ridurre la carenza di offerta di specialisti nel settore. Ma servono politiche mirate e non solo in ottica elettoralistica. L’analisi di Mario Dal Co

11 Dic 2018

Mario Dal Co

Ogni governo dichiara strategico il settore Ict.  Il più delle volte, tuttavia, l’esito di queste dichiarazioni è la riduzione della spesa pubblica nel settore, senza stimolare, tranne forse l’impegno di Industria 4.0, il settore privato e senza investire nella formazione scolastica e universitaria. Anche con riferimento alla cybersecurity, nonostante l’indubbio valore dell’attuale responsabile nazionale, la risposta delle amministrazioni è timida: esse considerano le previsioni delle direttive Nis e Gdpr come “adempimenti formali” e non come svolte necessarie nelle modalità operative e gestionali della PA. Da questo punto di vista, le dichiarazioni del Ministro per la PA non aiutano: invece di annunciare numeri improbabili e privi di senso di generiche assunzioni nel settore pubblico, sarebbe assai più utile e credibile affrontare il problema dell’obsolescenza dell’occupazione nella PA sotto il profilo della capacità di utilizzo dell’Ict, e preparare assunzioni mirate di competenze giovani e dotate di adeguato livello di istruzione.

La posizione dell’Italia

Gli occupati nelle attività Ict (Ict specialists, fonte Eurostat) nel 2017 rappresentano il 3,7% del totale degli occupati nell’Europa a 28 paesi, ma l’Italia è sotto la media di un punto. Gli estremi sono 6,8 della Finlandia e 1,6% della Grecia. Nel decennio che comprende la grande crisi finanziaria del 2008, in tutti i paesi la quota dell’occupazione detenuta dalle donne, già minoritaria, si è ulteriormente ridotta, dal  22,5 al 17,2%, con sole tre eccezioni, il Belgio, la Francia e la Norvegia. Questo effetto è determinato dai diversi tassi di crescita dell’occupazione nel decennio considerato, con +45% per i maschi  e solo +4,3% per le femmine. Ma la spiegazione, come vedremo anche in altre ricerche americane, ha caratteri di lungo periodo e merita ulteriori ricerche.

Il livello di istruzione, misurato dall’incidenza dei laureati sul totale degli occupati nel settore, è salito da poco più della metà del 2007 a due terzi nel 2017, ma in Italia risulta ancora il più basso d’Europa, non superando un terzo. Questo dato si accompagna ed è in parte spiegato dalla incidenza dei giovani tra 15 e 34 anni, che in Italia risulta la più bassa, sotto il 25% contro il 35% della media europea.

L’atteggiamento della forza lavoro femminile

Eige (European Institute for Gender Equality, da cui vengono le elaborazioni che seguono) sostiene che una maggiore partecipazione delle donne al settore ICT porterebbe ad un incremento del reddito nazionale e ad una riduzione della carenza di offerta di specialisti in questo settore. Ma occorre smuovere anche la sensibilità delle giovani: esse attualmente esprimono interesse per il settore solo in misura 5 volte inferiore ai coetanei maschi. Ma quando entrano nel lavoro esse sono mediamente più qualificate dei maschi, in una misura, nel nostro Paese, che è tra le più elevate dell’intera Unione.

Inoltre vi sono condizioni di lavoro che possono favorire l’occupazione femminile: una maggiore flessibilità dell’orario di lavoro, una retribuzione più elevata di altri settori, la possibilità di estendere il part time, cui oggi si ricorre, nel settore, meno che in altri.

E’ interessante, e rimane un fenomeno da spiegare come dicevamo, l’inversione di tendenza della quota femminile nell’ICT. Fino alla metà degli anni ‘80 la crescita della componente femminile nell’occupazione del settore ICT è costante, raggiungendo nel 1984 il 37% negli Stati Uniti: siamo agli albori della rivoluzione del personal computer. Da quel momento il declino della componente femminile è altrettanto costante fino a dimezzarsi al giorno d’oggi (W. R. Poster, Cybersecurity needs women, Nature, n. 578,  29 March 2018

Cybersecurity e genere

La Cybersecurity rappresenta il settore ICT con maggiore potenziale di sviluppo.

Solo l’11% di questi lavoratori sono di genere femminile, con una quota del 14% negli USA che si riduce addirittura al 7% in Europa.

Nel saggio sopra citato, si riporta un’indagine estesa sulle occupate del settore cybersecurity negli Stati Uniti. Secondo l’indagine,  l’esistenza di forme di discriminazione sul posto di lavoro è dovuta per  l’87%  ad un bias inconscio del datore di lavoro, per il 53%  a resistenze opposte alla promozione di donne, alla sottolineatura degli errori commessi, alla considerazione delle donne come dipendenti assunte solo per dimostrare che non vengono discriminate.

Eppure, anche qui il livello di istruzione delle donne è superiore a quello degli uomini: almeno il master è posseduto dal 51% delle donne contro il 45% degli uomini. Nel mix di competenze richiesto dalla cybersecurity,  tra cui il management di progetti, il districarsi tra codici e norme complesse, la formazione delle donne  è nettamente superiore a quella degli uomini: 44% contro il 30% nell’area economia, matematica e scienze sociali.

Una ragione della discriminazione potrebbe risiedere nella cultura dominante dei settori da cui maggiormente proviene il management in ambito cybersecurity, quello militare e quello IT, entrambi caratterizzati da una forte resistenza e discriminazione contro la componente femminile.

Una seconda ragione, cha appare in un recente studio (Anwar M., He W., Ash I., Yuan X., Li L. & Xu L., Gender difference and employees’ cybersecurity behaviors, Computers in Human Behavior (2017), doi: 10.1016/ j.chb.2016.12.040), è assai interessante: i maschi manifestano una superiore confidenza nel proprio comportamento, in particolare con riferimento alla sicurezza. Ciò non significa affatto che essi si comportino in modo più prudente sul luogo di lavoro. Anzi il comportamento femminile è più prudente e avverso al rischio di quello dei colleghi maschi, ma l’autostima è sistematicamente inferiore per le donne.

Anche OWASP, la comunità che si batte per l’affermazione di elevati ed aggiornati standard di sicurezza del software, ha dedicato attenzione al tema della discriminazione di genere con il Comitato per le donne nella sicurezza delle App (WIA).  A luglio 2018 a Londra il Comitato ha lanciato l’iniziativa di promozione della presenza femminile in Appsec, facendo leva sul coinvolgimento delle studentesse della media superiore e dell’università.

Conclusioni

Il quadro critico della posizione dell’Italia nella comparazione con gli altri paesi europei, indica che occorre impegnarsi in tre direzioni:

  1. accrescere la quota di occupati nell’ICT per migliorare la produttività del sistema (sia pubblico sia privato), inserendo giovani ad elevato livello di istruzione, a partire dalla Pubblica Amministrazione, senza sprecare denaro pubblico in dannose, generiche ed elettoralistiche promesse di gonfiamenti dell’organico;
  2. accrescere gli incentivi per l’occupazione femminile, in modo non occasionale ed anche qui non elettoralistico (bonus e simili), ma sviluppando i servizi alla famiglia e riducendo il carico fiscale sulle famiglie con figli a carico, che possono garantire una maggiore partecipazione femminile al mercato del lavoro;
  3. seguire le indicazioni di OWASP e delle ricerche più recenti, rafforzando l’interesse delle donne per il settore ICT e per la cybersecurity in particolare, e sviluppando, al contempo, l’autostima e la consapevolezza delle donne sul posto di lavoro e, forse, anche nei corsi di studi.

Affrontare questi temi è prioritaria necessità per il nostro Paese se vuole promuovere la modernizzazione tecnologica e risollevare la dinamica drammaticamente insufficiente della produttività del settore pubblico e di quello privato.

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