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L'ANALISI

Il capitale umano e le sfide del terzo millennio: l’Italia ce la farà?

La soluzione è complessa e va ricercata in uno spirito di totale cooperazione di tutti i principali attori del sistema Paese. L’analisi di Salvatore Improta, Segretario generale Quadrato della Radio

26 Set 2018

Salvatore Improta

Segretario Generale Quadrato della Radio

Il capitale umano di un Paese è l’insieme delle conoscenze e delle capacità produttive possedute dalla sua forza lavoro attraverso l’istruzione, la formazione e l’esperienza lavorativa. Produttività, sviluppo e crescita saranno sempre più dipendenti dalla capacità del Paese di sviluppare il suo capitale umano tenendolo costantemente allineato alle nuove esigenze frutto dei dirompenti sviluppi tecnologici.

L’inerzia al cambiamento del capitale umano è uno dei più grossi rischi che un Paese in questo momento possa correre. Fondamentale è prevedere in tempo la necessità e la direzione del cambiamento, perché il cambiamento per la complessità dei fattori in campo non può che avvenire con una certa isteresi temporale rispetto al presentarsi delle necessità.

Fondamentale è anche di cercare ridurre questa isteresi, velocizzando il cambiamento attraverso processi di istruzione e formazione continua nella cui progettazione e attuazione sia il mondo della formazione, che quello dell’impresa si devono sentir coinvolti.

Oggi l’Italia delle imprese improvvisamente scopre che il capitale umano disponibile nel nostro Paese non è del tutto qualitativamente sufficiente per affrontare le sfide del prossimo futuro: una richiesta su tre di laureati di area Stem rischia di rimanere vacante. Tutto questo potrà nel medio tempo portare ad una semi-paralisi degli investimenti e dell’espansione malgrado i notevoli incentivi fiscali per l’industria 4.0, con conseguente perdita di competitività del manifatturiero italiano.

La maggior parte degli imprenditori italiani attribuisce al il sistema formativo la causa primaria di questa carenza soprattutto per quanto riguarda i profili dei giovani laureati, a cui l’università non darebbe uno “skilling” adeguato alle attuali esigenze. Indubbiamente il sistema formativo non è esente da colpe, ma le cause di queste situazione sono da ricercare in un più ampio spettro di deficienze strutturali del nostro Paese.

L’Italia oggi registra una percentuale di laureati decisamente inferiore rispetto alla media europea. Inoltre, secondo i dati Cedefop il mondo delle imprese e la pubblica amministrazione non sono stati capaci di assorbire completamente lo scarso numero dei laureati che il sistema formativo ha prodotto, ma non sono stati neanche capaci, una volta assunti, a sfruttarne a pieno le competenze.

Anche se sembra che tutti non ne siano pienamente coscienti, che fino ad ora l’Italia ha avuto bisogno, nell’attività lavorative soprattutto di buoni esecutori e non tanto di laureati, super-tecnici, né tanto meno di scienziati, anche se adesso se ne piange con tanto clamore la mancanza.

L’Italia è il secondo Paese manifatturiero in Europa ed il settimo nel mondo, ma una parte importante del nostro sistema industriale rimane ancora legato a una base di competenze artigiane, che si sono evolute, ma che fondamentalmente traggono il loro sapere, che è un “sapere fare”, piuttosto che dalla formazione accademica delle sue risorse umane, da una tradizione antica che fortunatamente pochi altri hanno saputo conservare, e che al momento è un vantaggio competitivo in parecchi campi. Questo legame è presente nel mondo del design, in quella della moda, nella produzione di macchine utensili, ed è profondo e vitale nelle grandi imprese di lusso e nelle piccole imprese della meccanica di precisione.

Ma il solo il saper fare forse non basterà più. Per continuare a battere la concorrenza anche la nostra industria, pur mantenendo i piedi ancora ancorati a quella tradizione che è stata vincente nel passato, dovrà evolvere velocemente verso l’industria 4.0 ed è fondamentale che suo capitale umano venga rafforzato con sostanzioso ingresso di knowledge worker, il cui profilo non potrà che essere preparato dall’accademia con corsi laurea specifici, anche professionalizzanti, ma di alto livello.

Sarà capace il nostro Paese di adeguare velocemente il suo capitale umano ai nuovi scenari? La soluzione è complessa e va ricercata su tre dimensioni concorrenti, in uno spirito di totale cooperazione di tutti principali attori del sistema Paese.

Rendere più attraente l’istruzione per i nostri giovani

Anche se dal 2007 i dati Anvur mostrano una crescita del numero di laureati e una diminuzione degli abbandoni solo il 25% ha una laurea appartenente all’area Stem (anche, ed è positivo, se le immatricolazioni Stem stanno crescendo). Abbiamo però il primato dei laureati nelle materie umanistiche, lingue ed arte ( il 23%), pari a più del doppio della media Ocse. La Germania hauna formazione terziaria professionalizzante, con università dedicate di pari dignità accademica alle altre,le Fachhochschulen. Da noi esistono solo gli Its (istituti tecnici superiori), corsi biennali non universitari, con appena 4 mila iscritti ogni anno e di cui i nostri imprenditori non sono completamente soddisfatti.

Incrementare l’investimento in istruzione e formazione

Le imprese italiane da anni investono molto poco in formazione: secondo dati Eurostat, fra il 2013 e il 2014 solo il 5 per cento ha tenuto corsi di formazione per l’Information Technology, contro il 16 per cento delle imprese tedesche. Cominciare a investire seriamente in formazione tecnica, sia a livello di istruzione scolastica che di formazione sul lavoro, è un passo fondamentale per migliorare le prospettive della nostra economia. I dati Ocse relativi al 2014, riportano una spesa 11500 dollari annui a studente per l’istruzione terzaria che scendono a 7100 se si estrapola il contributo alla ricerca. La media Ocse e superiore di 3900 dollari

Rispetto al 2017, la finanziaria del 2018 prevede risorse per la formazione, sotto forma di un credito d’imposta per le spese di formazione 4.0 sostenute dalle imprese e di un potenziamento degli istituti tecnici superiori. Un timido passo avanti.

Quello che è certo (dati Anvur) che all’università rispetto al 2008 è andato il -20& di risorse economiche in termini reali, ed il numero dei docenti si è ridotto del 13%.

Maggiore interazione tra università, istituzioni e industria

Questa è una direzione fondamentale, una conditio sine qua non. Bisogna introdurre lauree specifiche professionalizzanti per favorire l’utilizzo immediato ed efficace delle nuove leve. Cercare di ideare sistemi efficaci, sia per l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita sia per la formazione sul posto di lavoro, in modo che l’aggiornamento delle competenze possa essere sempre in linea con il rapido ritmo dei cambiamenti tecnologici. Inoltre, dato che la complessità di molte tecnologie emergenti supera le capacità di ricerca anche delle imprese più grandi, si rende necessaria un’ampia gamma di partenariati di ricerca pubblici e privati.

Questo sarà possibile nel nostro Paese solo se le università, oltre alla didattica e la ricerca, facessero proprio una terza missione: servire la società di cui fanno parte. Questo significa che dovrebbero instaurare un forte rapporto con il tessuto economico, sociale e culturale che le circonda, a partire dal territorio di appartenenza. Capirne le necessità e le carenze nel medio e lungo termine e agire per quanto di loro competenza e capacità per accrescerne il livello di civiltà, di produttività e di benessere.

LA VERSIONE INTEGRALE DELL’ANALISI DI SALVATORE IMPROTA

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