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LAVORO

Industria 4.0, in Italia rischio record di disoccupazione “senior”

Report “Aging & Automation” di Mercer e Oliver Wyman: il 58% di lavoratori anziani nel nostro Paese svolge lavori automatizzabili. Entro il 2030 potranno essere spazzati via con impatto su mercato del lavoro, allargamento delle disuguaglianze e tenuta del welfare. Servono politiche in grado di incrementare le competenze digitali

26 Set 2018

Italia, paese di anziani, è quello più esposto in Europa al “rischio sostituzione” conseguente all’automazione del lavoro. Emerge dal report Aging & Automation condotto da Mercer e Oliver Wyman, secondo cui nel nostro Paese il 58% in media di lavoratori anziani svolge lavori facilmente automatizzabili, quindi sostituibili da computer e robot. Si stima che la fascia di lavoratori tra i 50 e i 64 anni in Italia crescerà fino a raggiungere il 38% della forza lavoro totale entro il 2030. Dovranno puntare a incrementare le competenze digitali anche tra le fasce di lavoratori più anziani le politiche dei Paesi.

Il report – presi in considerazione 15 Paesi, tra cui l’Italia – analizza gli effetti della convergenza di due fenomeni: una popolazione globale che invecchia da un lato, e l’automazione portata dall’Industria 4.0 dall’altro. La peculiarità di questa lettura sta nell’analisi del “rischio-automazione” legato all’invecchiamento della popolazione attiva. Un rischio dovuto in primo luogo alle competenze. L’automazione implica per i lavoratori la sostituzione nelle attività ripetitive e la necessità di impiegarsi in servizi a maggiore valore aggiunto.

Tra il 2015 e il 2020 circa 7,1 milioni di posti di lavoro scompariranno a livello globale, la maggior parte dei quali tra le funzioni amministrative, il settore manifatturiero e i processi produttivi. Di contro, solo 2 milioni di nuovi posti di lavoro saranno creati, in diverse funzioni che vanno dalle operazioni finanziarie, al management, all’ingegneria. I lavoratori in fabbrica, le attività di segreteria o di staff generico facilmente invece potrebbero essere svolte da robot e computer.

Questo significa che le nazioni con un maggior numero di lavoratori anziani impiegati in attività manuali, ripetitive e non specialistiche, si troveranno ad avere il maggior numero di occupazioni automatizzabili. Proprio in questi Paesi i lavoratori anziani saranno chiamati a fare evolvere rapidamente le proprie competenze per restare all’interno del mercato del lavoro.

Cinque dei primi sei paesi di una classifica “ageing and automation” mostra come i primi 5 Paesi (Cina, Vietnam, Thailandia, Sud Corea, Giappone) sono situati nell’estremo Oriente. A seguire, immediatamente dopo, troviamo l’Italia con un rischio automazione del 58% e la Germania (57%).

“Gli sforzi concertati da parte di governi e aziende per elaborare strategie volte a incoraggiare e accogliere il lavoratore più anziano, saranno cruciali nei prossimi decenni – commenta Marco Valerio Morelli, Aministratore Delegato di Mercer Italia -. I lavoratori più anziani sono una fonte preziosa di esperienza, produttività e anche di flessibilità. Anche nei loro confronti quindi suggeriamo alle aziende di dirigere gli investimenti mano a mano che la tecnologia spinge le aziende ad evolvere. Con questo report auspichiamo di avviare un dibattito sui rischi che i lavoratori più anziani affrontano in questa epoca di automazione e, soprattutto, su come superarli. Dal nostro punto di vista la parola chiave che aziende e istituzioni devono tenere al centro delle loro considerazioni è: ‘competenze’”.

“La popolazione over 50 è passata dal 17 a più del 30% del totale globale dagli anni ’70 ad oggi – spiega Giovanni Viani,  responsabile del Sud-Est Europa di Oliver Wyman -. In parallelo le nuove tecnologie stanno cambiando in maniera radicale la domanda di lavoro, mettendo in crisi in particolare la fascia più anziana e a minor educazione. Per evitare squilibri profondi nella società e nella produzione di reddito e mantenere una sostenibilità complessiva dei sistemi previdenziali sono necessarie politiche molto lungimiranti in termini di valorizzazione delle classi più anziane, formazione continua lungo tutta la carriera professionale, allargamento della platea dei lavoratori giovani, soluzioni di “tutorship generazionale” finalizzate a valorizzare il contributo dei più anziani nell’accelerazione dell’inserimento professionale dei più giovani”.

Al contrario delle precedenti rivoluzioni industriali, nelle quali la produttività è cresciuta mentre i requisiti di competenze sono rimasti simili tra le differenti tipologie di lavori a bassa specializzazione, la Quarta Rivoluzione Industriale richiede ai lavoratori con meno competenze una forte discontinuità.

Attualmente solo il 10% dei lavoratori tra i 55 e i 65 anni sono in grado di completare nuovi compiti complessi che prevedono l’uso di tecnologia. Mentre la percentuale sale a 42 punti per gli adulti tra i 25 e i 54.

Machine learning, intelligenza artificiale e robotica sono solo alcune delle varie tecnologie che stanno emergendo oggi, molte di esse sono ancora in fase di sviluppo ma si diffonderanno globalmente entro il 2030.

Man mano che l’utilizzo di queste tecnologie si espanderà, il loro impatto sui lavori ripetitivi e a bassa specializzazione aumenterà. In particolare, Mercer prevede tre cambiamenti fondamentali: il concetto stesso di lavoro si legherà sempre più a compiti e attività che possono evolvere nel tempo, piuttosto che a “routine” e ripetitività; in secondo luogo aumenterà l’importanza di competenze collegate alla tecnologia e cross-funzione, in terzo luogo aumenterà la complessità del lavoro umano.

“La diffusione dell’automazione in definitiva richiederà agli esseri umani e alle competenze umane di svolgere un ruolo ancora più importante nelle organizzazioni che stanno diventando digitali. Il report sottolinea che quello che in passato era considerato ‘premium’ ora sarà considerato ‘standard’, un fenomeno che spingerà necessariamente i lavoratori a passare da lavori semplici o ripetitivi a servizi a valore aggiunto”, spiega Morelli.

“Mentre oggi assistiamo ad una corsa all’adozione di tecnologie intelligenti da parte delle imprese, è importante evidenziare la potenziale ricaduta di questa sostituzione dell’automazione ad alcuni ruoli, in particolar modo sui lavoratori più anziani, con impatti sulla disoccupazione, l’allargamento delle disuguaglianze e ad un maggiore sforzo dei sistemi di welfare nazionali. Lanciamo quindi un monito al sistema Paese ed alle aziende perché non trascurino di focalizzare il ruolo dei lavoratori più anziani, integrando nelle strategie digitali più ampie anche la necessità di formazione per queste categorie di collaboratori, perché l’automazione non si traduca nell’uscita forzata dal mercato del lavoro di coorti di dipendenti” conclude Morelli.

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