Negli Usa si infiamma il caso dello "scudo penale" per i social media, si mobilita anche il Senato - CorCom

L'ESCALATION

Negli Usa si infiamma il caso dello “scudo penale” per i social media, si mobilita anche il Senato

Presentata una proposta di legge per abrogare la Sezione 230 del “Communications decency Act” che finora ha garantito a Facebook, Twitter e YouTube l’immunità sui post di terze parti. Per i Repubblicani è solo un modo per censurare i contenuti pro-Trump

09 Set 2020

Patrizia Licata

giornalista

I social media tornano nel mirino dei politici americani conservatori: questa volta sono tre senatori Repubblicania proporre una legge che mira a togliere a Facebook, Twitter e YouTube di Google quello “scudo penale” sui contenuti postati da terzi di cui hanno finora goduto.

L’obiettivo della nuova legge – in linea con quanto il presidente Donald Trump chiede da settimane – è modificare la Sezione 230 del Communications Decency Act del 1996. Molti legislatori pensano che le decisioni delle Big tech sulla moderazione dei contenuti siano in realtà un tentativo di rimuovere i post di chi esprime posizioni vicine a Trump e al suo partito.

Una legge per la “libertà online e la diversità dei punti di vista”

La Sezione 230 della legge americana sulla “continenza” nelle comunicazioni garantisce alle piattaforme online una sorta di “immunità legale” rispetto ai contenuti postati, ma “da troppo tempo ormai i social media si nascondono dietro le protezioni della Section 230 per censurare i contenuti che non si allineano alle loro opinioni”, ha affermato il senatore Roger Wicker, presidente della Commissione Commercio del Senato americano.

La nuova legge che vuole togliere ai social questo “scudo penale” è stata proposta da Wicker insieme al senatore Lindsey Graham, presidente della Commissione Giustizia del Senato, e alla senatrice Marsha Blackburn, parte di entrambe le commissioni. La proposta si intitola “Online Freedom and Viewpoint Diversity Act”: legge sulla libertà online e la diversità dei punti di vista.

Il nuovo attacco di Trump

Nei giorni scorsi Trump (tramite Twitter) ha invitato il leader della maggioranza Repubblicana del Senato, Mitch McConnell, ad abrogare lo “scudo legale”.

“Perché Twitter lascia sulla sua piattaforma foto fasulle come questa, ma rimuove foto e dichiarazioni dei Repubblicani o dei conservatori che sono vere? Mitch deve reagire e annullare la Section 230, immediatamente. Ferma il comportamento fazioso delle Big Tech prima che loro fermino te!”, ha twittato Trump riferendo a un fotomontaggio della faccia di McConnell su quella di una guardia russa nella Piazza Rossa di Mosca.

Ci sono diverse altre proposte di legge presentate in Senato per modificare la Sezione 230, sia da parte dei Repubblicani (senatori John Thune e Josh Hawley) che dei Democratici, tramite il Senatore Brian Schatz.

L’escalation dello scontro con i social

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Lo scontro di Trump coi social si è inasprito a maggio quando Twitter ha avvisato i suoi utenti di verificare i post del presidente che parlavano di presunte frodi che si verificheranno nelle elezioni di novembre col voto via e-mail definendole affermazioni non verificate e non sostenute da prove o fatti. Facebook, Twitter e YouTube hanno anche rimosso un post di Trump perché violava le loro policy riguardo alla disinformazione sul Covid-19. Trump ha reagito firmando un ordine esecutivo per togliere ai social lo “scudo penale” sui contenuti postati, chiedendo al Congresso la modifica del Communications Decency Act.

Il presidente degli Stati Uniti ha anche incaricato il dipartimento del Commercio di presentare alla Federal communications commission una petizione con cui si chiede al regolatore di definire il raggio di azione della “Sezione 230” in modo da capire se va modificata o eliminata. Trump ha inoltre ordinato alle agenzie governative di tagliare gli investimenti pubblicitari sui social media e alla Fcc di raccogliere le accuse di censura o faziosità contro i social affinché siano esaminate.

La battaglia legale

Alla mossa di Trump è seguito il ricorso del Center for democracy and technology (Cdt), gruppo con sede a Washington e finanziato da Facebook, Google e Twitter. La causa cerca di invalidare l’ordine esecutivo di maggio perché, secondo il Cdt, viola i diritti garantiti alle piattaforme social dal Primo emendamento della Costituzione americana, con la conseguenza di mettere il bavaglio alla libertà di espressione online.

Trump ha immediatamente risposto con un nuovo ordine esecutivo che chiede al tribunale di respingere la causa intentata dal Cdt.

Successivamente, la Internet association, che rappresenta le grandi aziende di Internet, ha fatto appello alla Federal communications commission chiedendo di respingere le manovre di Washington intese ad annullare lo “scudo penale” .

Nel suo ricorso l’associazione di settore afferma che la petizione presentata dall’amministrazione Trump ad agosto e che chiede nuove regole sui social “è basata su assunti non corretti, non ha riferimenti nella legislazione e suscita preoccupazioni di ordine politico”. La Internet association ritiene che le nuove regole della Fcc potrebbero causare una perdita di protezioni legali nella rimozione di “frodi, truffe, contenuti pericolosi che promuovono il suicidio o i disordini alimentari tra gli adolescenti e un’ampia gamma di altri contenuti ‘riprovevoli’” .

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