Stop allo scudo penale per i social, Trump firma il decreto - CorCom

IL CASO

Stop allo scudo penale per i social, Trump firma il decreto

Dopo lo scontro con Twitter, il presidente Usa vara l’ordine esecutivo sulla modifica del “Communications Decency Act” che garantisce immunità alle piattaforme digitali per i contenuti pubblicati da terze parti. “Difendiamo la libertà di parola”

29 Mag 2020

Federica Meta

Giornalista

Stretta sui social negli Usa. Il presidente Donald Trump ha firmato l’ordine escutivo che toglie a Twitter & co lo scudo penale per i contenuti postati sulle loro piattaforme.

“Siamo qui per difendere la libertà di parola – ha spiegato Trump – Un piccolo gruppo di potenti social media in monopolio controlla una vasta porzione di tutte le comunicazioni pubbliche e private negli Stati Uniti”.

Il presidente ha attaccato i social, denunciando “un potere incontrollato nel censurare, ridimensionare, editare, delineare, nascondere, alterare virtualmente ogni forma di comunicazione tra privati cittadini o con audience ampie di pubblico”.

“Non vi sono precedenti nella storia americana – ha proseguito – di un simile esiguo gruppo di società che controlla una sfera così ampia dell’interazione umana”.

Il decreto è stato firmato dopo lo scontro con Twitter che ha marcato due post del presidente come potenzialmente fuorvianti. “Non possiamo consentire che questo vada avanti – ha puntualizzato Trump – e tutti penso siano d’accordo, compresi i democratici”.

Il decreto, però non ferma Twitter, che a poche ore dalla firma segnala ancora un tweet dell’inquilino della Casa Bianca, questa volta riguardante i scontri a Minneapolis scoppiati dopo la morte di George Floyd per mano di un poliziotto. Il post di Trump è stato “censurato” per “apologia della violenza”. “Questo tweet viola le regole di Twitter sull’elogio della violenza. Tuttavia, Twitter ritiene sia nell’interesse pubblico che questo tweet rimanga accessibile” si legge sul social.

Cosa prevede l’ordine esecutivo

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L’ordine esecutivo modifica il “Communications Decency Act”, una legge del 1996 che garantisce immunità penale alle piattaforme digitali rispetto ai contenuti pubblicati da terze parti. Poiché per emendare una legge occorre il via del Congresso, lo stesso presidente americano ha previsto che ci saranno una raffica di ricorsi in tribunale contro il suo decreto ma mostrato fiducia sul verdetto finale. “Le loro sono decisioni editoriali – ha argomentato Trump – in questi casi Twitter cessa di essere una piattaforma neutrale diventando un editore con un punto di vista. E questo si può affermare anche per altre piattaforme”.

Il decreto prevede che il dipartimento del Commercio presenti una petizione presso la Federal Communications Commission (Fcc), l’autorità statunitense sulle tlc, perché definisca il raggio di azione della “sezione 230” – la parte del Communications Decency Act che è stata tocca dal provvedimento – che, a detta del presidente, potrebbe “venire rimossa o totalmente modificata”. Viene inoltre ordinato alle agenzie governative di tagliare gli investimenti pubblicitari sui social media e alla Fcc di raccogliere le accuse di censura o faziosità perché vengano valutate. Il capo della Fcc, Ajit Pai, ha già fatto sapere che la sua commissione “valuterà con attenzione” la richiesta del governo.

La reazione di Amnesty International

Amnesty International ha definito “pericoloso e irresponsabile” l’ordine esecutivo emanato dal presidente degli Usa Donald Trump.

“Ognuno dovrebbe accedere alle informazioni, specialmente durante una pandemia nella quale notizie corrette possono fare per molti la differenza tra la vita e la morte. Oltre 100.000 persone sono morte negli Usa e quest’amministrazione continua a gestire male la crisi. Nessun’altra persona dovrebbe morire perché nel mezzo di un’emergenza globale non ha ricevuto informazioni corrette – si legge nella dichiarazione diffusa oggi da Amnesty – le minacce e le ritorsioni nei confronti di piattaforme che fanno semplicemente fact-checking sono tanto più preoccupanti perché provengono da un’amministrazione che attacca la stampa e i giornalisti che dicono la verità. Non è il presidente a decidere cosa è vero e cosa no. Proseguire con questo pregiudizio è pericoloso e irresponsabile”.

“Non c’è alcun motivo per cui Twitter debba sentirsi in colpa per aver finalmente deciso di fornire informazioni di contesto ai suoi utenti – ha concluso Amnesty – Era un atto da tempo dovuto e c’è ancora altro da fare per renderla una piattaforma sicura per le utenti e gli utenti che ogni giorno subiscono attacchi”.

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