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Net neutrality, Verizon alle strette

Il movimento di opinione pubblica per la net neutrality e l’ipotesi che la Fcc riclassifichi il broadband come servizio pubblico spaventano gli Isp americani. Così la sentenza di gennaio favorevole alla telco si trasforma in sconfitta politica

08 Ott 2014

Patrizia Licata

Verizon negli Stati Uniti ha innescato un ampio dibattito a gennaio su come il governo federale debba regolare Internet e vinto un’importante battaglia legale contro le regole esistenti. Ma, secondo gli osservatori americani, è possibile che la vittoria della telco abbia aperto le porte a una sua sconfitta politica e a nuove regole anche meno gradite a tutta l’industria del broadband.

Verizon a gennaio ha infatti vinto un appello in tribunale dove aveva sostenuto l’inammissibilità delle norme della Federal Communications Commission sul trattamento uguale di tutto il traffico su Internet, aprendo così la strada all’ipotesi di far pagare di più aziende come Netflix, Google o Amazon per far viaggiare più velocemente i loro dati. La U.S. Court of Appeals di Washington ha deciso che le regole della Fcc sulla net neutrality non erano valide perché la Commission era andata oltre i suoi poteri nel momento in cui stabiliva che i fornitori della banda larga non possono rallentare o bloccare parte del traffico web. La decisione ha dunque forzato la Fcc a riscrivere le regole ma anche aperto un dibattito su quali siano poteri e competenze della Commission.

Come noto, la Fcc ha nei mesi seguenti proposto un nuovo set di regole per la net neutrality, ammettendo la possibilità di far pagare per un servizio più veloce; ieri si sono tenute le ultime tavole rotonde sulle nuove regole e il presidente Tom Wheeler ora probabilmente formalizzerà e definirà la sua proposta. Wheeler ha detto che vuole avere pronte le nuove regole per la fine dell’anno e questo significa che la Commission potrebbe votarle nella riunione dell’11 dicembre. Ma nel frattempo si è scatenato negli Stati Uniti un forte movimento nell’opinione pubblica contro le “corsie preferenziali” su Internet che ha anche riportato alla ribalta l’ipotesi, prima della sentenza Verizon accantonata, di riclassificare la banda larga come servizio pubblico di telecomunicazione, e perciò passibile di essere più fortemente regolato, un’ipotesi che ovviamente è osteggiata dalle telco.

Chi propone regole più forti a difesa della neutralità ha dunque già vinto una battaglia conquistando l’opinione pubblica e mettendo contro, nell’immaginario collettivo, due distinte e opposte fazioni, Netflix e l’attore e showman John Oliver da un lato, l’industria del cavo dall’altro. La Fcc ha ricevuto 3,7 milioni di commenti sul tema anche grazie alla mobilitazione in Tv di Oliver che ha duramente attaccato gli operatori del cavo. Per Comcast e le altre aziende la strada è tutta in salita.

La questione è complicata dal fatto che non è chiaro quali siano i confini dell’autorità legale della Fcc. I paladini oltranzisti della net neutrality vogliono che la Commission riclassifichi la banda larga come servizio di telecomunicazione. Questa opzione, nota come Title II,
 sarebbe l’unico modo legalmente accettabile, dopo la sentenza Verizon della corte d’appello, per proibire agli Internet provider di far pagare un accesso preferenziale ai loro clienti. La fazione opposta sostiene che quanto decretato dal tribunale dà invece alla Fcc così com’è l’autorità per imporre regole sulla net neutrality senza procedere alla riclassificazione della banda larga.

La Internet Association, associazione di settore che include tra i suoi membri Facebook e Google, non ha per ora preso posizione.
 Marvin Ammori, fellow della New America Foundation che spinge per la riclassificazione, dice che è impossibile indovinare che cosa potrà decidere Wheeler. Già essere arrivati a questo punto potrebbe essere considerato però una vittoria per la net neutrality e una sconfitta per Verizon e le telco, perché il Title II era politicamente insostenibile l’ultima volta che la Fcc ha scritto le regole per Internet, nel 2010. 
Immediatamente dopo la decisione del tribunale a favore di Verizon a gennaio, la riclassificazione era ancora una chimera, ma le cose hanno cominciato a cambiare quando Wheeler ha ventilato una proposta che strizzava l’occhio agli Internet provider e che ha scatenato le pubbliche proteste. Ora Ammori pensa che non ci sia spazio per un compromesso: “La decisione del tribunale non lascia posto a una terza opzione. O si farà il Title II o non si farà”.


Il parlamentare Gene Green, Democratico del Texas che ha raccolto intorno a sè 19 colleghi e mandato una lettera alla Fcc contro la riclassificazione, prevede perciò nuove battaglie legali. Le aziende della banda larga temono la riclassificazione perché aprirebbe la strada a un Internet più regolato. Anche qui spetterà a Wheeler il compito di trovare un terreno comune sul piano politico: “Se Wheeler si opporrà al Title II, dovrà offrire qualcosa a chi lo sostiene”, afferma Berin Szoka di 
TechFreedom, un think tank che si oppone a regole pià rigide per Internet. Szoka suggerisce invece più regole per le reti mobili, che sono esenti dalle norme più severe previste dalla legge del 2010. Questo sarebbe un altro smacco per Verizon, visto che è il maggiore operatore mobile americano. L’industria del broadband e delle Tlc americana è preoccupata e anche infastidita dalle strategie di Verizon: sfidare in le regole della Fcc non è stata una buona idea.

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