IL RAPPORTO ISTAT

PA digitale, spinta alla dotazione tecnologica. Ma sul fronte servizi l’Italia arranca

La pandemia ha generato l’aumento della diffusione di sistemi software e hardware, ma il nostro Paese resta terzultimo nella Ue e ultimo nell’indicatore più restrittivo sull’uso attivo dei servizi, con il 23% di utenti contro il 44% della media europea

08 Lug 2022

Veronica Balocco

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L’emergenza sanitaria ha portato a un miglioramento dell’offerta e della familiarità coi servizi pubblici online. Le persone dotate di identità digitale Spid sono passate da poco più di 5 milioni a inizio 2020 a oltre 30 a maggio 2022. E’ quanto emerge dal Rapporto annuale Istat 2022 (SCARICA QUI IL REPORT COMPLETO). Le imprese che utilizzano servizi di e-government sono cresciute del 13% in un biennio, fino a oltre l’80% a inizio 2021. Resta però un divario importante con la media Ue nell’uso dei servizi da parte dei cittadini, in particolare per quelli meno istruiti.

In Italia, infatti, la diffusione dell’uso di servizi pubblici in rete da parte dei cittadini è tra le più basse nell’Ue27 per aspetti sia di domanda (scarsa alfabetizzazione digitale della popolazione) sia di offerta (disponibilità e accessibilità dei servizi stessi). Pure se con dati in miglioramento, l’Italia resta terzultima nell’Ue27 e ultima tra i maggiori paesi nell’indicatore più restrittivo sull’uso attivo dei servizi (invio di moduli compilati online), con il 23 per cento della popolazione adulta contro il 44 per cento della media Ue27.

Spinta alle dotazioni tecnologiche nella Pa

L’emergenza sanitaria ha anche determinato l’introduzione massiccia del lavoro da remoto nelle istituzioni pubbliche, imprimendo una spinta alle dotazioni tecnologiche del personale, migliorate nell’85,4% dei casi. La valutazione sull’esperienza da parte delle istituzioni pubbliche è complessivamente positiva per produttività (con un saldo tra giudizi positivi e negativi favorevole per 37 punti percentuali), soddisfazione dei lavoratori (con un saldo di 61 punti) e servizi erogati (con un saldo di 23 punti), pure se con notevoli eterogeneità tra amministrazioni. Tra i cittadini, quasi il 90% si è detto soddisfatto o molto soddisfatto dei servizi ricevuti, anche se circa un quarto dei fruitori ha riscontrato un peggioramento.

INFOGRAFICA
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Big Data
Digital Transformation

Il Report evidenzia che, tra le applicazioni di base, nel 2020 la diffusione dei servizi di cloud computing tra gli enti di maggiori dimensioni era intorno all’80 per cento (quasi totale nelle università) ma di circa 40 punti percentuali più bassa nelle amministrazioni locali e negli enti pubblici non economici. Inoltre, il progresso rispetto al 2017 è stato di circa 20 punti tra i primi e poco più di 10 punti per gli enti più piccoli. Più omogenea è invece la diffusione delle reti sociali, utilizzate anche dal 58,3 per cento dei comuni con meno di 5 mila abitanti per la comunicazione con gli utenti (+25 punti rispetto al 2017). L’impiego delle tecnologie che richiedono competenze elevate o con applicazioni speciche è assai più segmentato. L’analisi di grandi moli di dati (big data) nel 2020 era utilizzata da circa il 40 per cento tra università e amministrazioni centrali, in circa un terzo delle regioni e dal 15-20 per cento di province/città metropolitane e aziende sanitarie, contro appena il 4 per cento tra i comuni di minori dimensioni. Un quadro analogo si osserva per l’utilizzo dell’Internet delle cose (IoT), che trova applicazione principalmente nelle università, nelle regioni (entrambe circa il 30 per cento) e nel comparto sanitario (circa il 10 per cento).

L’aumento della digitalizzazione del settore pubblico accresce anche l’esposizione ai rischi connessi alla sicurezza dei dati e ad attacchi informatici, che sono recentemente aumentati in quantità e sofisticatezza, con possibili conseguenze sulla fiducia degli utenti a interagire online. Nel triennio 2017-2020 è divenuta universale l’adozione di software antivirus e firewall, mentre la diffusione delle altre misure ha registrato progressi molto modesti negli enti più piccoli, definendo un quadro di relativa vulnerabilità. In particolare, nel 2020 solo il 27,3 per cento delle amministrazioni ha formato il personale sulla sicurezza dei dispositivi Ict (divenuto di maggiore rilievo con la diffusione del lavoro a distanza) e appena il 32 per cento disponeva di staff dedicato alla sicurezza informatica.

La digitalizzazione del settore cultura

Nel 2020, le misure di contrasto alla pandemia si sono tradotte, per musei e biblioteche, in 126 giorni di chiusura e 172 di apertura parziale. Molti istituti hanno messo in atto risposte alternative alle attività in presenza, producendo e diffondendo contenuti digitali che hanno consentito di mantenere i contatti con il pubblico. Un gran numero di essi, tuttavia, sono stati colti dalla crisi in una situazione di mancanza delle competenze e tecnologie necessarie per operare con successo in questa direzione. E’ quanto si legge nel focus “La digitalizzazione nel settore della cultura” all’interno del Rapporto annuale 2022 dell’Istat.

La rilevazione mostra elementi di novità tra i circa 2 mila musei pubblici, confermando la necessità di sostenerne e accompagnarne l’accesso al digitale. Circa 8 su 10 istituzioni museali sono realtà molto piccole, che dichiarano meno di 5 mila ingressi l’anno. Si tratta di un mondo a due velocità in termini di capacità di introdurre innovazioni: quasi il 70 per cento degli istituti più grandi ha attivato modalità di interazione e coinvolgimento online, mentre tra i più piccoli non si è superato il 39 per cento. La pandemia ha spinto i musei anche a migliorare la comunicazione, in questo caso con minori differenze per dimensione: hanno incrementato la propria presenza sui social network quasi l’88 per cento dei grandi e il 63 per cento dei piccoli musei. Le lezioni apprese durante l’emergenza possono consentire una maggiore integrazione del digitale anche con il ritorno in presenza. Oltre un quarto dei grandi musei (e un quinto dei piccoli) investirebbe nel potenziamento delle piattaforme streaming e nella produzione di tour virtuali. Quanto alle strategie da adottare, poco più di un quinto ritiene importante coinvolgere il pubblico a distanza attraverso narrazioni digitali e interazioni online.  

Le oltre 5 mila biblioteche pubbliche, presidio culturale territoriale, hanno espresso una notevole velocità di risposta alle esigenze emerse durante la pandemia. Nonostante la maggior parte di queste rappresenti piccole realtà locali (con meno di mille visitatori l’anno), il 52,4 per cento ha reso disponibili servizi a distanza e poco meno della metà ha offerto prestiti e consultazioni in digitale (era il 43 per cento nel 2019). Più di un terzo ha attivato online servizi di gruppo (letture e laboratori) e reso accessibile gratuitamente la consultazione di quotidiani, riviste, ebook, audiolibri, musica, altro. Per il futuro, il 43 per cento circa delle biblioteche investirebbe nella prenotazione online, e il 26,4 per cento proseguirebbe e potenzierebbe laboratori didattici, gruppi di lettura, video-letture e seminari. Tra gli investimenti strategici, più del 20 per cento delle biblioteche indicano le consegne a domicilio, la digitalizzazione del patrimonio, e la formazione del personale, soprattutto nelle realtà più piccole (con meno di 2 mila visitatori l’anno, che rappresentano il 92 per cento del totale).

Lavoro agile e digitalizzazione delle imprese

Le tre aree di digitalizzazione più influenzate dalla pandemia sono state quelle del lavoro a distanza (o agile), del commercio elettronico e della digitalizzazione dei processi aziendali, inclusa l’automazione (ovvero, l’adozione di tecnologie definite 4.0). Nel gennaio 2020, in media, risultava lavorare da remoto circa il 3,7 per cento del personale delle imprese con almeno tre addetti. A fine 2021 (quindi, a pandemia sostanzialmente sotto controllo), il livello di diffusione del lavoro a distanza era in media ancora più che doppio rispetto a inizio 2020, segnalando la possibilità di un cambiamento strutturale e non episodico in quest’ambito, analogo a quello già osservato per le Istituzioni pubbliche.

Condizioni di partenza ed evoluzione sono state molto diverse in relazione a settore, dimensione e localizzazione delle imprese. Per alcune attività, come le costruzioni, la manifattura, e molti servizi alla persona, il lavoro agile è risultato applicabile solo in misura molto limitata; in altri casi, come le attività finanziarie, dove pure si è registrato nella fase di emergenza un aumento notevolissimo di personale in lavoro da remoto, la quota è tornata prossima al livello di partenza. Altri settori dei servizi mostrano invece, in grado diverso, un consolidamento dell’esperienza. In generale, i dati confermano che sono le grandi imprese (oltre 250 addetti) del Nord-ovest a guidare attualmente il processo di diffusione del lavoro agile nel settore privato. Nella fase iniziale dell’emergenza sanitaria le imprese hanno sperimentato il lavoro da remoto quasi sempre senza né una strumentazione né un’organizzazione adeguata. Questo ha spinto gli investimenti digitali, ma appena possibile molte imprese (in particolare le più piccole) sono tornate alla “normalità” del lavoro in presenza. Tra quelle che anche nel periodo giugno-ottobre 2021 mantenevano una quota di personale in lavoro da remoto, i giudizi negativi superano quelli positivi per l’efficienza e la collaborazione interna, mentre i saldi dei giudizi sono moderatamente positivi per la produttività, e più favorevoli sui costi operativi e sul benessere del personale; inoltre, l’esperienza (nei saldi dei giudizi) appare essere stata di stimolo notevole per altri cambiamenti, quali gli investimenti in tecnologie e formazione. Anche in questo caso, la capacità di coglierne le opportunità è stata più diffusa tra le imprese più grandi, mentre le differenze di valutazione a livello settoriale sono minori.

In sinergia con lo sviluppo delle tecnologie finalizzate a migliorare i canali di comunicazione interna (condizione necessaria per il lavoro agile) e con i clienti (condizione per attività di e-commerce), durante la crisi è accelerata anche l’adozione delle tecnologie per la gestione dei flussi informativi d’azienda e l’automazione dei processi. Al riguardo, il confronto tra le informazioni dal Censimento permanente delle imprese riferito al triennio 2016-2018 e l’indagine sulle imprese svolta a fine 2021 segnala un possibile processo di convergenza tra settori nei quali le imprese avevano già investito significativamente in tecnologie 4.0 nel periodo pre-Covid-19 e settori nei quali sono stati realizzati investimenti digitali rilevanti a seguito della crisi, con una diffusione sostanziale anche tra le imprese di minore dimensione.

Boom di acquisti online, ma solo in parte a beneficio di imprese italiane

Un effetto notevole (e in parte permanente) dell’emergenza sanitaria sui comportamenti è stata la diffusione e l’aumento di intensità della pratica di effettuare acquisti online: in Italia tra la primavera del 2020 e quella del 2021 la quota di adulti che dichiara di aver fatto acquisti in rete nel trimestre precedente è cresciuta dal 30,0 al 41,0 per cento. Questa evoluzione – essendo irrilevante la distanza – è andata solo in parte a beneficio di imprese residenti sul territorio nazionale. I dati dell’indagine comunitaria sul commercio elettronico per l’Italia tra il 2019 e il 2021 mostrano un aumento considerevole della quota di imprese con almeno 10 addetti che nell’anno precedente avevano realizzato vendite via web a consumatori finali (B2C), con un recupero di gran parte del ritardo rispetto alla media Ue27. D’altra parte, la rilevanza delle vendite complessive via web (non solo B2C) sul fatturato delle imprese, pure se cresciuta dal 3,1 al 4,2 per cento, resta molto inferiore rispetto alle altre maggiori economie Ue, nonché – come termine di paragone – alla crescita dei ricavi in Italia di Amazon (tra i principali attori mondiali dell’e-commerce), pari nel 2020 a più del 60 per cento (da 4,5 a 7,25 miliardi di euro).

Per quanto riguarda l’evoluzione del fatturato via web, mentre molti settori non utilizzano Internet come rilevante canale di commercializzazione per la natura dei prodotti e perché vendono ad altre imprese, tra quelli che hanno sfruttato maggiormente le opportunità offerte dalle tecnologie e dal nuovo contesto sociale più propenso agli acquisti online primeggia il settore dei servizi Ict, seguito dal commercio.

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