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IL SONDAGGIO

Pew: allarme privacy, fra 10 anni sarà solo moneta di scambio

Ricerca Pew-Elon University: trend inarrestabile. I consumatori sempre più disposti a cedere il diritto alla tutela dei dati personali in cambio dei servizi gratuiti online. Solo una “Chernobyl della privacy” potrà imprimere una svolta

19 Dic 2014

Patrizia Licata

Esisterà ancora la privacy fra dieci anni? Quanto dovremo combattere per difendere il nostro diritto alla riservatezza delle informazioni personali e questo diritto conterà ancora? Su questi temi ha fatto il punto il nuovo studio sul futuro della privacy di Pew Internet Project, un progetto realizzato in collaborazione con la Elon University e basato su un sondaggio di oltre 2.500 esperti che hanno dato le loro previsioni su quello che sarà la privacy nel 2025. Alcuni degli intervistati prevedono una feroce battaglia tra aziende, governi e consumatori sul controllo dei dati personali, ma per la maggior parte del campione il pubblico sarà sempre più disposto a rinunciare al proprio diritto alla riservatezza.

“La maggior parte degli esperti pensa che aziende e governi abbiano scarso interesse a difendere la privacy. Questo accade in parte perché le persone hanno dimostrato di non essere a loro volta molto interessate a proteggere la propria privacy, ma di essere disposte a cederla anche solo per un caffè gratis”, commenta Janna Anderson, direttrice dell’Imagining the Internet Center della Elon.

Gli esperti sono d’accordo su un punto: il volume di informazioni che le persone condividono è solo destinato ad aumentare. Già oggi ogni acquisto, ricerca, ingresso in un locale pubblico, email o post su un social network rappresenta un pezzetto di informazione personale che le aziende di Internet e i cosiddetti “broker dei dati” raccolgono su di noi. Ma in arrivo c’è una nuova serie di device tecnologici, come i wearables, gli elettrodomestici smart, le auto connesse, i dispositivi per il riconoscimento biometrico, che genereranno ancora più informazioni personali su chiunque li usi.

Perciò gli esperti pensano che solo un “grosso evento” nella forma di “grave incidente” potrebbe cambiare il quadro: gli esperti lo chiamano “la Chernobyl della privacy”, un fatto di proporzioni tali da risvegliare la consapevolezza di quanto la privacy conta e da stimolare a difenderla.

Non che oggi le persone non sappiano che accedono gratuitamente ai servizi di Google, Facebook, Twitter e aziende simili grazie alla condivisione dei loro dati: “Gli utenti hanno cominciato a capire che le informazioni personali sono una merce di scambio per queste aziende”, sottolinea la Anderson. Ma anche se molte aziende collezionano i dati degli utenti per il loro guadagno, o i governi li raccolgono per motivi di controllo e sicurezza, la maggior parte delle persone non se ne preoccupa. Gli esperti sentiti da Pew sottolineano che gli utenti sono disposti a cedere la loro privacy in cambio dei servizi gratuiti che ottengono: per la maggioranza è un compromesso accettabile.

“Tutti si aspettano di essere tracciati e monitorati, perché i vantaggi in termini di sicurezza e servizi sono enormi”, ha detto Hal Varian, chief economist di Google, uno dei tanti esperti sentiti da Pew.

“Agli americani la privacy importa, ma la convenienza viene prima”, ha detto Paul Saffo, consulting professor della Stanford University. “La privacy non è più un diritto ma un bene che si compra”.

Anche per questo qualcuno degli intervistati prevede che in futuro la privacy potrebbe diventare un bene che si riscatta: alcune persone potranno permettersi di “ricomprarla”, altre no.

E se la privacy sparisse del tutto? Secondo gli intervistati, il pubblico accetterà facilmente un mondo senza privacy, specialmente i giovani. Ma si imporranno anche nuove norme di comportamento. “Caricare e taggare foto e video senza il permesso di chi vi compare potrebbe diventare socialmente inaccettabile”, ha detto Vint Cerf, Vice President di Google. “E ciò che diventa punibile socialmente potrebbe essere alla fine accompagnato da una legge che lo sanziona, come oggi il fumo nei locali pubblici”.

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