IL RANKING DI EY

Milano smart city d’Italia: in pole su 5G, banda ultralarga, IoT e competenze

Bologna e Torino al secondo e terzo posto. La mappa realizzata tenendo conto della digital transformation e della transizione green. Si riducono i divari tra città e centri più piccoli ma resta il gap Nord-Sud. Inclusione sociale e mobilità sostenibile fattori discriminati per attrarre talenti. Roma sconta il ritardo nella sfida ecologica. Telco e aziende hi-tech tra le più attente al contesto urbano “a misura di persona”

28 Giu 2022

Patrizia Licata

giornalista

Human Smart City EY

Transizione digitale e ecologica e inclusione sociale: sono questi i parametri che definiscono la smart city, anzi la human smart city, come viene delineata nel ranking dello “EY Human smart city index 2022”, che classifica le città italiane in base al loro processo di trasformazione in città “a misura di persona”. Una caratteristica che emerge come prioritaria nell’era post-Covid e che si impone anche come fattore rilevante per le aziende che vogliono attrarre talenti e che sono chiamate a comprendere le esigenze di chi lavora tra smart working, ricerca di maggior equilibrio tra vita professionale e privata e richiesta di mobilità sostenibile. La filiera Technology & telco è tra le più attente ad offrire ai propri lavoratori la dimensione “human” dei contesti urbani.  

Nella classifica di quest’anno Milano si conferma al primo posto, con il maggior punto di forza nella transizione digitale, sia nelle infrastrutture (ultra-broadband, 5G e IoT) sia per le competenze dei cittadini e l’utilizzo dei servizi online. Seguono Bologna, grazie al primato in termini di inclusione sociale, e Torino, soprattutto per la sua transizione ecologica. Roma si posiziona al dodicesimo posto e cede cinque posizioni rispetto al ranking 2020. A penalizzare la capitale soprattutto un marcato ritardo nel processo di transizione ecologica.

Resta un notevole “human smart divide” tra Nord e Sud, con sole 3 città metropolitane meridionalinella prima fascia: Cagliari, Napoli e Bari.

“Nell’edizione di quest’anno, che comprende 456 indicatori, abbiamo introdotto misurazioni legate all’inclusione sociale e preso in considerazione anche comportamenti ecologici, competenze digitali, propensione all’imprenditorialità e così via, perché i cittadini sono sempre più parte attiva della riorganizzazione urbana”, afferma Marco Mena, Senior advisor di EY e responsabile dello Human smart city index. “Oggi il modello della metropoli ipertecnologica perde di slancio, a favore del modello più ‘umano’ delle città medie e piccole, dove le relazioni sociali sono più strette e i comportamenti sostenibili più facili. Tali città, secondo questa nuova visione, recuperano significativamente il gap rispetto alle città più grandi, anche se non riescono ancora a raggiungerle”.

Il ranking italiano delle Human smart city

EY Human smart city index rappresenta la sesta edizione dello Smart city index di EY con un nuovo nome che incorpora le rinnovate priorità di una città smart. Lo studio analizza le 109 città capoluogo di provincia, classificando il loro sviluppo in termini di investimenti e iniziative del territorio da un lato (readiness) e comportamenti dei cittadini dall’altro, sui tre assi strategici della transizione ecologica, della transizione digitale e dell’inclusione sociale.

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Milano è la città in cima alla classifica sia per readiness (86,83 su una scala da 1 a 100) sia per comportamenti dei cittadini (83). Il punto di forza è legato perlopiù alla transizione digitale, sia per quanto attiene alle infrastrutture (ultra-broadband, 5G e IoT) sia per le competenze dei cittadini e l’utilizzo dei servizi online.

Segue Bologna, grazie al primato in termini di inclusione sociale (soprattutto per le spese sociali e per il coinvolgimento dei cittadini nella vita pubblica della città), con una readiness particolarmente elevata (86,70).

Torino consolida la presenza sul podio – pur passando dal secondo posto del 2020 al terzo posto del 2022 – grazie alla componente legata ai comportamenti dei cittadini (82,32), soprattutto in termini di transizione ecologica.

Seguono cinque città medie: Trento, Parma, Bergamo, Padova e Brescia e chiudono la top ten Venezia e Firenze.

Roma si posiziona al dodicesimo posto e cede cinque posizioni rispetto al ranking 2020. A penalizzare la capitale soprattutto un marcato ritardo nel processo di transizione ecologica.

La prima città piccola (meno di 80 mila abitati) in classifica è Pordenone (21° posto), mentre le prime tre città del Sud sono Cagliari (19° posto), Napoli (34° posto) e Bari (36° posto). Enna, Barletta e Carbonia chiudono la classifica di questo rinnovato indice.

“Human smart divide” tra Nord e Sud e tra istituzioni e cittadini

La distribuzione geografica delle città mostra un notevole “human smart divide” tra Nord e Sud. La classifica regionale mostra un netto predominio del Centro-Nord: il Trentino-Alto Adige, l’Emilia-Romagna, il Friuli-Venezia Giulia, la Lombardia. Le regioni del Sud si collocano in fondo alla classifica, in particolare con Molise, Puglia e Calabria agli ultimi tre posti.

Tra le 40 città del Sud solamente 3 città metropolitane sono nella prima fascia: Cagliari, Napoli e Bari. Viceversa, al Nord, delle 47 città, ben 29 sono nella prima fascia del ranking e solo 6 nella terza fascia. Nel Centro, invece, la situazione appare più equilibrata: 5 città sono in prima fascia, 12 in seconda e 5 in terza.

Le città con alto punteggio di readiness e basso punteggio di comportamenti investono e sviluppano iniziative, ma fanno fatica a coinvolgere i cittadini e hanno ottenuto finora una risposta largamente inferiore agli sforzi profusi. Si tratta di metropoli del Sud che hanno molto investito grazie ai fondi strutturali (come Bari, Palermo, Catania), ma che non hanno ancora prodotto risultati tangibili oppure di città medie del Centro-Nord che hanno molto investito in smart city negli ultimi anni (come Ravenna, La Spezia, Udine, Pisa, Siena), ma in modo ancora poco organico e senza ancora aver ottenuto significativi cambiamenti nei cittadini.

Viceversa, le città con alto punteggio di comportamenti e basso punteggio di readiness vedono i cittadini più avanti delle istituzioni stesse. Sono città medie e piccole che investono poco in innovazione (come Como, Lodi, Varese, Terni, Caserta, Avellino) ma i cui cittadini, grazie soprattutto alla dimensione contenuta, sviluppano comunque comportamenti virtuosi, come se anticipassero le iniziative del comune e degli altri stakeholder.

Lo smart working nella smart city

“La domanda di città ‘a misura di persona’ sta emergendo in maniera molto forte e anche le aziende si trovano a dover comprendere e gestire l’impatto dei nuovi trend urbani sui loro dipendenti: lo smart working, una nuova visione del lavoro e dei valori a esso legato sono la parte più evidente, ma la maggiore attenzione all’ambiente, il desiderio di spostamenti più sostenibili e un miglior bilanciamento tra lavoro e vita privata sono trend irreversibili. Le città che saranno più capaci e più veloci nel riprogettarsi e nel riqualificare gli spazi residenziali e di lavoro diventeranno più attrattive. La Human Smart City è la città che (ri)progetta infrastrutture e servizi coniugando centralità della persona, innovazione tecnologica e sostenibilità e rappresenta un’opportunità sia per le aziende sia per le amministrazioni locali di attrarre lavoratori e cittadini”, commenta Andrea D’Acunto, People advisory services leader di EY in Italia.

Il ruolo delle aziende nel rendere le città a misura di persona

Nell’attuale contesto, tra gli obiettivi di impatto sociale che le aziende si trovano a perseguire, il contributo alla sostenibilità dell’ambiente urbano in cui operano diviene fondamentale: il vivere in una città più “a misura di persona” può rappresentare un fattore distintivo e una parte importante della gestione del capitale umano e le aziende possono giocare un ruolo determinante nel rendere le città in cui operano più a misura di persona.

Dall’analisi emerge che le filiere quali Technology & telco, Produzione automotive, Dispositivi medici, Farmaceutico, Media & entertainment, concentrate perlopiù a Milano, Torino, Roma, Bologna e l’Emilia, sono più attente agli aspetti “human” e offrono pertanto ai lavoratori contesti urbani e di vita più a misura di persona, al contrario di filiere – quali l’Agrifood e il Retail food – che scontano una certa concentrazione nelle zone più rurali del Paese.

“In questo particolare contesto storico, le città non devono investire soltanto in infrastrutture e servizi, ma anche e soprattutto nell’ascolto dei cittadini e dei lavoratori. La componente sociale è diventata centrale anche nella competizione tra le città per l’attrazione di aziende e talenti. Le nuove relazioni tra città e aziende devono essere reimpostate mantenendo le persone al centro”. – conclude Andrea D’Acunto.

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