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L'ANALISI

Smart city, Vicari: “L’Italia ha le carte in regola, ma serve più politica”

Il progetto lanciato da Enea sulle città intelligenti rimette al centro dell’agenda il grande tema della trasformazione urbana. Senza una visione strategica l’obiettivo di rilanciare il Paese in ottica digitale rischia di naufragare. L’analisi dell’ex sottosegretaria del Mit, Simona Vicari

07 Mag 2018

Simona Vicari

ex sottosegretario con delega alle smart city al Mit

Eppur (qualcosa) si muove. Grazie al Corriere delle Comunicazioni, da molti anni uno degli osservatori del panorama mediatico italiano più sensibile e attento al percorso di sviluppo delle Smart City, ho appreso del nuovo progetto lanciato da Enea in collaborazione con la Presidenza del Consiglio, Consip, Confindustria e Agenzia per l’Italia Digitale sulle smart city e su come riorganizzare in chiave digitale i processi di gestione dei contesti urbani legati al territorio in termini di abbattimento dei costi e, soprattutto, di implementazione ideale e pratica di un nuovo modello di città.

In particolare grande soddisfazione ha destato la “cassetta degli attrezzi” (cioè gli strumenti agli enti locali per partecipare al percorso) menzionata da Enea che riprende molte delle idee e della stessa terminologia del Piano Nazionale sulle smart city al quale ho avuto modo di lavorare al Governo dal 2014 al 2016. Sia al Ministero dello Sviluppo Economico che in quello delle Infrastrutture e dei Trasporti ho avuto l’onere e l’onore di seguire, da Sottosegretario delegato, una delle sfide più complesse a cui l’Italia dell’oggi e del domani era ed è ancora chiamata a vincere. Sin dal 2014, infatti, anche grazia alla task force avviata al Mise e da me presieduta, abbiamo per la prima volta nel nostro Paese declinato una nuova idea di smart city che riprendesse gli aspetti più virtuosi della politica industriale e lasciasse alla storia l’idea di un mero finanziamento pubblico a pioggia che nulla avrebbe cambiato rispetto ai pochi e maldestri tentativi sperimentati in passato.

L’Italia è da sempre, per storia e per percorso culturale, la nazione delle città. Per questo si era deciso di varare un progetto innovativo – lo chiamammo Smartitaly, per l’appunto – che elaborasse dopo anni di ritardo e di mancato interesse da parte delle politiche pubbliche una nuova idea di città e di realtà urbana. Con una sperimentazione all’interno di quartieri pilota delle 14 città metropolitane, grazie ad un modello di parteniariato pubblico e privato si era immaginato di seguire due linee direttrici di nuova politica industriale non solo per re-immaginare le città come luogo di innovazione industriale, favorendo il rafforzamento in Italia di aziende nazionali ed estere e coinvolgendo anche il segmento più tradizionale dell’edilizia e del piccolo artigianato, ma soprattutto per migliorare i profili di impatto ambientale delle città, attraverso specifiche iniziative pubbliche atte a ridurre pressoché allo zero le emissioni.

Tale sperimentazione con interventi su banda larga, smart grid per l’efficienza energetica e soluzioni Ict per la valorizzazione dei big data, infatti, si mirava a superare quella inconcepibile e illogica distribuzione di servizi intelligenti “a macchia di leopardo” che, a tutt’oggi, dividono l’Italia in realtà di serie A e di serie B nelle politiche di intervento pubblico a livello locale (e con grave costo in termini di mancate opportunità di investimenti privati). Non solo. Tale “vision” andava oltre la realtà urbana da vivere come meri “pagatori di tasse”. L’obiettivo era quello di implementare i servizi per il “cittadino” per mettere a disposizione le nuove infrastrutture anche all’imprenditore, all’artigiano, al professionista così da innescare quel circuito virtuoso che concretizzasse la rivoluzione delle vite del cittadino-consumatore, del cittadino-lavoratore e del cittadino-fruitore dei servizi pubblici.

A tutto questo, dopo la prima fase di sperimentazione che avrebbe investito soprattutto due pilastri come l’energia e la connettività e la domanda pubblica intelligente per l’innovazione sarebbe seguita una nuova e più articolata fase di reperimento di risorse che dai fondi Pon ad Horizon 2020 passando per un co-finaziamento nazionale avrebbe finalmente creato, per la prima volta da decenni, una vera e propria nuova industria nazionale partecipata tra istituzioni di tutti i livelli, terzo settore, imprese e cittadini.

Tralasciando le vicende meramente politiche che portarono il Mise a non dare seguito a questo ambizioso progetto, complice il cambio di guardia tra ministri ed un rimpasto che mi portò, il giorno seguente all’annuncio del varo di questo piano, in un diverso incarico in un altro Ministero,  finalmente le nostre istituzioni tornano a parlare di Smart City e a sfruttare questo ambizioso programma per un nuovo percorso virtuoso di idee, partecipazione e buongoverno che, evidentemente, rappresenta oggi l’unico articolato progetto nazionale messo nero su bianco.

L’augurio è che tutta la politica, ora, supporti questa rinascita di interesse verso le città intelligenti, conscia del grave ritardo che anche in termini di prodotto interno lordo l’Italia e gli italiani stanno pagando per colpa di ritardi e congiunture politiche. Rispetto all’Europa che conta siamo in ritardo, in grave ritardo: è ora di ricominciare a correre.

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