Diciassette CEO di alcuni dei principali operatori europei di telecomunicazioni hanno lanciato un appello alle istituzioni dell’Unione europea: senza reti di connettività forti e capacità di investimento adeguate, l’Europa rischia di perdere non soltanto terreno nelle telecomunicazioni, ma il controllo dell’intero stack tecnologico. E per evitarlo occorre proseguire sulla strada della sovranità tecnologica, correggendo però le politiche che rischiano di frenare gli investimenti.
È il messaggio della dichiarazione congiunta “Correcting the course to support European Tech Leadership”, inviata il 15 settembre ai vertici delle istituzioni Ue, tra cui i presidenti António Costa, Roberta Metsola e Ursula von der Leyen.
Il punto di partenza della missiva, che per l’Italia è firmata dall’AD e Direttore Generale di TIM Pietro Labriola, è il seguente: “Le reti di connettività sono il fondamento dello stack tecnologico europeo e oggi controlliamo ancora questo livello critico. Tuttavia, questa posizione è a rischio a causa di riforme politiche incoerenti e ci troviamo ora di fronte a una scelta chiara: rafforzare la connettività e liberare il potenziale della leadership tecnologica, oppure rischiare di perdere il controllo dell’intero stack”, scrivono i CEO.
Indice degli argomenti
Le ragioni della lettera: la connettività al centro della competitività europea
L’intervento arriva in un momento cruciale per le politiche tecnologiche europee. L’Ue sta cercando di rafforzare la propria autonomia e competitività in settori strategici come intelligenza artificiale, cloud sovrano, connettività satellitare, cybersecurity e defence tech, mentre procede il confronto su provvedimenti destinati a incidere direttamente sulla capacità di investimento degli operatori.
Come sottolineano i firmatari, il settore della connettività genera già il 5% del Pil europeo e gli operatori telecom investono 64 miliardi di euro l’anno. Ma il fabbisogno resta enorme: soltanto per arrivare a reti mobili di livello mondiale, sostengono, all’Europa servono 475 miliardi di euro. Gigabit connectivity, 5G standalone per l’industria, cavi sottomarini, satelliti e future reti 6G diventano quindi non semplicemente infrastrutture di telecomunicazioni, ma condizioni per consentire alle imprese europee di competere nell’intera catena tecnologica.
Ed è proprio qui che i CEO collocano il contributo delle telco. Nell’AI, attraverso la costruzione di AI Factory e Gigafactory europee, piattaforme aperte e sovrane e infrastrutture capaci di sostenere l’aumento del traffico generato dall’intelligenza artificiale. Nel cloud sovrano, con edge cloud integrato nelle reti mobili, data center e piattaforme europee. Nella difesa e resilienza, mettendo a disposizione comunicazioni militari sicure, sistemi di rilevamento dei droni, cybersecurity, security operation gestite, network slicing 5G e servizi satellitari.
Chi sono i 17 CEO firmatari
La dichiarazione riunisce i vertici di alcuni dei maggiori gruppi di telecomunicazioni europei. Per l’Italia firma Pietro Labriola, amministratore delegato e direttore generale di TIM.
Con lui ci sono Ana Figueiredo, CEO e presidente di MEO; Amel Kovačević, general manager di BH Telecom; Benedicte Schilbred Fasmer, presidente e CEO di Telenor Group; Boštjan Košak, CEO di Telekom Slovenije; Christel Heydemann, CEO di Orange Group; Christoph Aeschlimann, CEO di Swisscom Group; Georgios Metzakis, CEO di Cyta; Joost Farwerck, CEO e presidente di KPN; Marc Murtra, presidente e CEO di Telefónica; Mike Fries, presidente e CEO di Liberty Global; Stan Miller, CEO di United Group; Stijn Bijnens, CEO di Proximus Group; Thomas Arnoldner, deputy CEO di A1 Telekom Austria Group; Timotheus Höttges, CEO di Deutsche Telekom; Tomáš Kouřil, CEO di CETIN; e Topi Manner, CEO di Elisa Corporation.
Cosa dice la lettera: bene cloud e satelliti, ora “correggere la rotta”
I CEO riconoscono che un cambio di direzione nelle politiche europee ha cominciato a manifestarsi. In particolare giudicano positivamente le mosse della Commissione sul Cloud and AI Development Act e sulla recente regolamentazione dello spettro per i servizi satellitari mobili, perché aprono spazio ad alternative europee nel cloud e nella connettività satellitare.
Ma chiedono di andare oltre, anche sul fronte del consolidamento: “Riteniamo che lo stesso spirito dovrebbe riflettersi in una modernizzazione dell’applicazione delle regole sulle concentrazioni, consentendo sia il consolidamento all’interno dei mercati sia quello transfrontaliero per aiutarci a investire e innovare su larga scala”.
Il giudizio diventa invece decisamente più critico sul Digital Networks Act (DNA). La proposta attuale, sostengono, “non riesce ad affrontare la necessità dell’Europa di migliorare sostanzialmente le condizioni per gli investimenti e l’innovazione nella connettività”. Per questo i firmatari chiedono ai co-legislatori europei di “correggere la rotta” su quattro priorità.
Spettro: basta aste frequenti, più capitale alle reti
Il primo nodo è quello delle frequenze. I CEO sostengono la proposta della Commissione di prevedere come regola generale licenze dello spettro a tempo indeterminato, con una durata minima di 40 anni nei casi eccezionali.
La ragione è economica: negli ultimi 12 anni, ricordano, l’industria europea delle telecomunicazioni ha speso 110 miliardi di euro per le licenze dello spettro. Per i firmatari, “allontanarsi dalle aste frequenti è uno dei modi più immediati per reindirizzare capitale verso gli investimenti nel 5G, nella fibra e nel futuro 6G, così essenziali per la competitività”.
Fibra, la transizione deve essere guidata dalla domanda
Secondo punto: gli investimenti devono essere “driven by demand, not by command”, guidati dalla domanda e non imposti per via regolatoria.
Le telco europee investono oltre 30 miliardi di euro l’anno nell’FTTH, ma secondo i CEO obbligare gli operatori a spegnere reti rame-fibra ancora funzionanti non porterebbe automaticamente più fibra in Europa.
“Questo approccio top-down limiterebbe la scelta dei consumatori, indebolirebbe la concorrenza infrastrutturale e ignorerebbe le diverse condizioni di mercato in Europa. La transizione verso la fibra dovrebbe essere guidata da migliori condizioni per la sua diffusione, dalla scelta dei consumatori e dall’evoluzione della domanda di mercato, non da un comando regolatorio”.
Regole più moderne per fibra, 5G e 6G
La terza richiesta riguarda la modernizzazione della regolamentazione. Richiamando il Rapporto Draghi, i CEO sostengono che le attuali regole ex ante disincentivino investimenti e assunzione di rischio.
“L’Europa non dovrebbe trascinare un modello regolatorio progettato decenni fa per le reti in rame negli odierni mercati della fibra, sempre più competitivi. Dove i mercati funzionano, dovrebbe essere la concorrenza a guidare e la regolamentazione dovrebbe rimanere una rete di sicurezza”.
Lo stesso principio, aggiungono, dovrebbe essere applicato alla net neutrality. L’Europa può salvaguardare i principi dell’Open Internet garantendo al tempo stesso certezza giuridica e margini di innovazione per le reti avanzate 5G e 6G, compresi network slicing, differenziazione della qualità e nuovi servizi industriali.
La quarta priorità è infine la semplificazione: il DNA dovrebbe mantenere la promessa della Commissione di una “simplicity by design”, con meno regolamentazione e burocrazia, maggiore armonizzazione e, di conseguenza, più spazio per investimenti e innovazione.
Cybersecurity Act, l’allarme: fino a 40 miliardi per sostituire gli apparati
Ma il passaggio più delicato della dichiarazione riguarda il rapporto tra Digital Networks Act e Cybersecurity Act (CSA). È qui che, secondo i CEO, emerge una delle principali contraddizioni dell’attuale politica europea.
“Mentre il DNA dovrebbe rafforzare la capacità di investimento delle telecomunicazioni, il Cybersecurity Act rischia di drenare dal settore proprio il capitale necessario per fibra, 5G e 6G”, scrivono.
Il riferimento è ai requisiti generalizzati di rimozione degli apparati previsti dal CSA, che secondo le stime richiamate nella lettera potrebbero imporre al settore fino a 40 miliardi di euro di costi di sostituzione, oltre a provocare interruzioni operative e conseguenze per i clienti.
Da qui la richiesta di un cambio di approccio: “Abbiamo bisogno di un approccio proporzionato e basato sul rischio, che tenga conto di misure alternative di mitigazione, invece di restrizioni generalizzate che impongano la sostituzione delle infrastrutture senza considerare i cicli di investimento o forme di compensazione”.
La conclusione: leadership tech e politica delle reti devono andare nella stessa direzione
Il filo conduttore dell’appello è dunque la coerenza tra le ambizioni europee di sovranità tecnologica e le condizioni economiche e regolatorie imposte a chi deve costruire le infrastrutture che la rendono possibile.
I 17 CEO non chiedono all’Europa di ridimensionare le proprie ambizioni su AI, cloud, sicurezza o autonomia strategica. Al contrario, sostengono che per realizzarle sia necessario considerare la connettività come parte integrante della politica industriale e tecnologica europea, liberando risorse per gli investimenti e riducendo gli interventi che possono produrre effetti contraddittori.
La conclusione della dichiarazione riassume l’appello alle istituzioni: “Come CEO delle principali società di telecomunicazioni europee, siamo pronti a fare la nostra parte per realizzare la leadership tecnologica europea. Riteniamo che le riforme in corso del DNA e del CSA debbano essere corrette, in modo da consentire al settore di investire di più. Chiediamo alle istituzioni dell’Ue di unirsi a noi in questo percorso, mentre aiutiamo l’Europa a tenere il passo con la competizione globale e l’innovazione tecnologica”.








Partecipa alla community