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RIDE HAILING

Uber appesa a un filo a Londra: a rischio il rinnovo della licenza

Il 25 settembre scade il permesso di 15 mesi ottenuto nel 2018: il colosso Usa del ride hailing spera almeno in un rinnovo breve per continuare a operare nel suo mercato più importante in Europa. Il sindaco di Londra Khan ha avvisato: “Dovrà seguire le regole”

20 Set 2019

Patrizia Licata

giornalista

Uber rischia di non poter più operare a Londra, il suo mercato europeo più grande e importante. La licenza per continuare a gestire la sua app per il ride hailing, con cui si prenotano da smartphone passaggi in auto alternativi ai taxi, scade il 25 settembre e l’azienda americana ancora non sa se se l’autorità dei trasporti della capitale britannica (Transport for London) concederà il rinnovo.

Già nel 2017 la TfL aveva negato il rinnovo della licenza ad Uber sostenendo che la società non dava sufficienti garanzie sull’affidabilità degli autisti e non denunciava prontamente qualunque atto illecito legato all’esercizio dell’attività di ride hailing.

Uber ha fatto appello contro questa decisione e nel 2018 un giudice ha ordinato di dare a Uber una licenza di prova di 15 mesi, che scade, appunto, mercoledì prossimo. La sentenza favorevole si deve al fatto che nel frattempo Uber aveva acconsentito ad apportare modifiche al suo modello di business a Londra.

Verso un rinnovo breve

Secondo gli osservatori di mercato, la TfL ha davanti diverse opzioni. Può assegnare una licenza per un massimo di cinque anni, oppure una licenza di durata inferiore o ancora negare ogni permesso. Pochi pensano che il divieto assoluto sia l’ipotesi più probabile, ma se la TfL mettesse Uber al bando la società farebbe sicuramente ricorso aprendo una battaglia legale durante la quale la sua app rimarrebbe attiva a Londra, come accaduto già nel 2017. Per Benjamin Black, analista di Evercore, la scelta più plausibile sarà rinnovare un permesso di 15 mesi, come accaduto alla rivale Ola, altro operatore del ride sharing.

Nel mirino dei regolatori

Uber è nella lente di governi e regolatori per il suo modello di business e la condotta del management. Accusata di volta in volta di concorrenza sleale ai taxi, carente protezione dei dati degli utenti (ha subito un maxi data breach nel 2017), sfruttamento dei lavoratori (gli autisti che mettono a disposizione le loro auto private),  scarsa gestione dei rischi e tutela dei passeggeri, la società ha prima allontato l’ex ceo Travis Kalanick e ora, con il ceo Dara Khosrowshahi, cerca di mitigare le preoccupazioni delle autorità e dei regolatori su diversi mercati mondiali.

Ma a Londra il sindaco Sadiq Khan è stato chiaro: ancora nei giorni scorsi ha ribadito che Uber deve giocare seguendo le regole oppure non può fare business nella sua città.

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