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LA QUOTAZIONE

Uber soffre ancora in Borsa. Ma il ceo assicura: “Valore nel lungo termine”

Mentre Wall Street punta il dito sulle banche sottoscrittrici, guidate da Morgan Stanley, che avrebbero “gonfiato” il valore delle azioni, Khosrowshahi scrive ai dipendenti: “Anche Facebook e Amazon ebbero un debutto travagliato, ma ora sono dei big”

14 Mag 2019

Patrizia Licata

giornalista

È per ora col segno meno il debutto di Uber in Borsa: il titolo ha perso ieri l’11% del valore dopo aver subito una flessione del 7,6% venerdì, nel primo giorno di trading dopo l’Ipo. Oggi il titolo ha riacquistato l’1,5% negli scambi pre-market a New York ma resta a un prezzo di circa il 17% inferiore rispetto a quello di collocamento (45 dollari). Dana Khosrowshahi, ceo del colosso tecnologico californiano che ha rivoluzionato il settore dei trasporti con la formula del ride hailing, ha scritto ai dipendenti invitando a concentrare l’attenzione sul valore di lungo termine delle azioni di Uber.

“Ovviamente le nostre azioni non stanno facendo bene come speravamo in questa fase post-Ipo”, ha indicato Khosrowshahi, secondo quanto riporta il Financial Times. “Oggi è un’altra giornata difficile sul mercato e mi aspetto che il nostro titolo non faccia eccezione”.

Sulle prestazioni di Uber a Wall Street pesano infatti diversi fattori, incluso il contesto macroeconomico, con la guerra dei dazi Usa-Cina che aumenta le incertezze. Gli investitori sono inoltre più cauti nei confronti degli acquisti di titoli di aziende tecnologiche con modelli di business non chiaramente redditizi: lo stesso ceo di Uber aveva avvisato prima della quotazione che la sua società potrebbe non produrre mai un utile.

L’Ipo di Uber era già stata per alcuni versi deludenti, con i titoli piazzati sul mercato al prezzo “cauto” di 45 dollari; la società ha venduto 180 milioni di azioni a quel prezzo raccogliendo 8,1 miliardi di dollari e raggiungendo una valutazione di 75 miliardi circa; le successive perdite negli scambi hanno spinto il valore intorno ai 62 miliardi. Sono cifre ben al di sotto dei 100 miliardi che la società sperava di ottenere con l’Ipo e dei 120 miliardi che erano stati stimati da alcune banche di investimento, con Morgan Stanley in testa.

Proprio Morgan Stanley e gli altri underwriter sono messi ora sul banco degli imputati, svelano alcune fonti di Bloomberg: “Col senno di poi avrebbero dovuto essere più attente a capire quanto fosse sostenuta la domanda”, ha affermato Jay Ritter, professore del Warrington College of Business della University of Florida. “Ma gli underwriter in generale non riescono bene a scoprire quanti intendono comprare o tenere le azioni e quanti le cederanno”, secondo Ritter. Per altri commentatori, tuttavia, le banche avrebbero sovrastimato di tre volte il volume degli ordini.

Gli underwriter avrebbero così puntato a una valutazione che ha sovrastimato l’appetito degli investitori e la capacità del titolo Uber di avere in Borsa la stessa attrattiva che ha ottenuto sul mercato privato.

Inoltre, molti investitori di prima fascia, tra cui la divisione di wealth management di Morgan Stanley, già avevano azioni di Uber prima dell’Ipo (acquisite sul mercato privato) e avrebbero contribuito a ridurre la domanda di azioni su Nyse. Il risultato è che per alcuni investitori la quotazione di Uber ha significato una perdita, mentre il principale azionista, Softbank, ha visto “polverizzarsi” 9 miliardi di dollari di capitalizzazione di mercato.

Nessuna polemica con Morgan Stanley, tuttavia, dal ceo Khosrowshahi, che nella sua nota ai dipendenti ha sottolineato come Facebook e Amazon abbiano stentato nel debutto in Borsa per poi diventare dei veri colossi: un’osservazione non casuale, visto che Morgan Stanley ha sottoscritto anche l’Ipo di Facebook nel 2012 (e anche allora fu additata, insieme agli altri underwriter, a “responsabile” dell’iniziale flop). L’azienda di Mark Zuckerberg ha impiegato un anno prima di vedere il valore del titolo andare stabilmente sopra il prezzo di collocamento.

Per alcuni analisti, inoltre, le difficoltà di Uber a Wall Street potrebbero essere di breve durata. La parabola potrebbe essere simile a quella di Facebook: è stata una delle Ipo più travagliate della storia e ora l’azienda di Zuckerberg è un colosso da 518 miliardi di dollari di capitalizzazione.

Per adesso la strada appare in salita per le società del ride hailing: a parte un rally iniziale, anche il titolo della rivale di Uber, Lyft, è stato protagonista di un sell-off che lo ha visto scendere dal prezzo di collocamento di 72 dollari fin sotto i 50 dollari.

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