Usa 2020, per Google guai anche con Biden presidente. Ecco perché - CorCom

L'ANALISI

Usa 2020, per Google guai anche con Biden presidente. Ecco perché

Se venisse eletto il candidato dem il dossier federale già aperto contro Mountain View potrebbe appesantirsi e l’azienda potrebbe essere costretta a pesanti “rimedi”. E si potrebbe inasprire la guerra antitrust contro tutte le big tech

23 Ott 2020

Patrizia Licata

giornalista

L’indagine antitrust del dipartimento di Giustizia americano contro Google potrebbe inasprirsi con Joe Biden presidente: lo sostiene su Reuters William Kovacic, professore della George Washington University Law School. Se alle elezioni presidenziali Usa del 3 novembre dovesse vincere il candidato Democratico, il dipartimento di Giustizia, guidato da un nuovo segretario, farà una delle seguenti cose: “Mandare avanti il dossier così com’è o modificare la causa aggiungendo nuovi elementi”. Quello che non farà, ha aggiunto il professore, “sarà lasciar perdere e chiudere il procedimento”.

Biden pronto a inasprire la guerra alle Big tech

Durante la sua campagna elettorale Biden non ha rilasciato commenti sulla causa contro Google, ma il suo portavoce Bill Russo ha affermato che un’eventuale amministrazione Biden intende collaborare sui temi riguardanti le Big tech con il deputato Repubblicano David Cicilline, a capo della commissione della Camera Usa che ha prodotto il report in cui si accusa Google di usare tattiche di business aggressive per ostacolare i concorrenti nel settore della ricerca online.

Russo ha anche detto che con Biden presidente verrebbe aumentato l’impegno antitrust contro i colossi della Silicon Valley e tutte le altre aziende “per far sì che in nessun settore un eccessivo potere di mercato danneggi le famiglie e i lavoratori americani”.

A maggio Biden ha dichiarato alla Associated Press che uno “spezzatino” delle Big tech “è un’ipotesi che dovremmo considerare”.

Per lo “spezzatino” tante complessità legali

Lo stesso professor Kovacic sottolinea tuttavia che il governo americano, dal 1911 a oggi, non ha mai costretto nessuna azienda a smembrarsi e che forzare Google a separare le sue attività sarebbe estremamente difficile: i giudici in questo genere di cause devono fare complesse previsioni sul futuro andamento del mercato e spesso temono di prendere decisioni che aggravino il problema anziché mitigarlo (nel 1911 venne richiesto alla Standard Oil di John D. Rockefeller di separarsi in 34 pezzi: da qui nacquero aziende come Chevron, ExxonMobil, BP e Marathon Petroleum).

“Ai giudici antitrust si chiede di effettuare un intervento chirurgico e vogliono essere sicuri che le asportazioni non uccidano il paziente”, spiega su Politico Kovacic (che sotto il presidente George W. Bush ha servito come presidente della Federal trade commission). “Vogliono la garanzia che spezzare un’azienda in più parti migliori e non peggiori la situazione”.

Tuttavia, aggiunge Kovacic, le autorità federali Usa hanno esperienza nelle cessioni di attività che spesso vengono richieste per approvare le operazioni di acquisizione e fusione. Richieste simili nel caso di Google non andrebbero viste come “radicali”.

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La causa del dipartimento di Giustizia americano parla di “mitigazione strutturale”, riferendosi così a un rimedio che potrebbe includere la scorporazione di alcune linee di business o la vendita di alcune attività. Se ciò avvenisse, sarebbe la più grande separazione di asset di un’azienda mai avvenuta negli Usa per motivi antitrust dopo lo “smembramento” di At&t negli Anni ’80.

Google nel mirino per il monopolio sulla search

Mountain View è stata accusata dal dipartimento di Giustizia americano di abuso di posizione dominante. L’azione, a cui hanno aderito anche 11 Stat, segue il rapporto del Congresso che ha accusato le Big tech di monopolio e ha indicato la necessità di apportare modifiche, incluso un loro possibile “spezzatino”. Si tratta del più grande procedimento antitrust dal 1990 quando il governo Usa si mosse contro Microsoft.

Nei documenti del department of Justice si accusa Google di mantenere illegalmente il monopolio sui motori di ricerca attraverso accordi e contratti commerciali esclusivi che tagliano fuori la concorrenza. I contratti sotto la lente comprendono i pagamenti di miliardi di dollari fatti da Mountain View verso Apple, per assicurarsi che Google sia tenuto come motore di ricerca predefinito sugli iPhone.

Google costretta a severi “rimedi”?

Herbert Hovenkamp, docente della University of Pennsylvania Carey Law School, si aspetta che la causa federale aperta contro Google, e che per ora si concentra solo sul predominio nella online search e nel search advertising, venga ampliata da un’amministrazione Biden. Nel dossier potrebbero finire “tutti i capi d’imputazione plausibili”. Già alcuni degli Stati che si sono uniti alla causa del dipartimento di Giustizia stanno indagando a tutto campo sull’attività di Google e potrebbero portare alla luce nuovi aspetti, come il presunto utilizzo delle funzionalità del popolare motore di ricerca per favorire i grandi inserzionisti e i prodotti della galassia Google, come YouTube.

Una causa estesa, che cerca di provare la violazione da parte di Google di numerose norme antitrust, permetterebbe all’accusa di imporre severi “rimedi” al comportamento che dovesse risultare illecito. A quel punto, dicono gli esperti di antitrust americani, un’eventuale amministrazione Biden cercherebbe il patteggiamento con Google (ipotesi che per ora Trump non sembra voler considerare), ma solo se l’azienda offrirà impegni credibili per impedire ogni abuso di mercato.

Per esempio, Google potrebbe doversi impegnare a non discriminare nei risultati di ricerca o a porre fine alle tattiche aggressive con cui ottiene di pre-installare i propri prodotti, come Chrome, sugli smartphone Android in cambio dell’accesso al Google Play Store.

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