LA RIFORMA FISCALE

Stretta dell’Europa sulle big tech. Gentiloni svela il piano anti “paradisi digitali”

Cooperazione amministrativa tra Stati il pilastro del pacchetto. Il commissario all’Economia: “Per costruire una ripresa duratura tutti devono pagare la giusta quota di tasse”

15 Lug 2020

Federica Meta

Giornalista

La Commissione europea ha dato il via a un piano per un’azione fiscale equa e al rafforzamento del contrasto dell’evasione. Si tratta di 25 azioni distinte per rendere la tassazione più semplice, più equa e più adeguata all’economia moderna. L’obiettivo è aiutare gli Stati membri a sfruttare il potenziale dei dati e delle nuove tecnologie, a combattere meglio le frodi fiscali, migliorare la conformità e ridurre gli oneri amministrativi, contrastare il ricorso ai paradisi fiscali.

La proposta sulla cooperazione amministrativa estende le regole di trasparenza fiscale Ue alle piattaforme digitali, in modo che coloro che guadagnano attraverso la vendita di beni o servizi su piattaforme paghino anche la loro parte equa delle imposte. Questa nuova proposta garantirà che gli Stati membri scambino automaticamente informazioni sulle entrate generate dai venditori su piattaforme online. La proposta rafforza e chiarisce inoltre le norme in altri settori in cui gli Stati membri collaborano per combattere l’abuso fiscale, ad esempio attraverso controlli fiscali congiunti.

Per quanto riguarda lo scambio automatico di informazioni tra Stati sulle piattaforme digitali, le amministrazioni fiscali forniranno gli strumenti affinché riguardino le informazioni sulle entrate guadagnate dai venditori per garantire un’adeguata riscossione delle imposte, limitando al contempo gli oneri amministrativi per le piattaforme stesse.

Le regole si applicheranno a tutte le piattaforme e si riferiscono a fornitura di servizi, vendita di beni, noleggio di proprietà, noleggio di qualsiasi modo di trasporto e investimento e prestito nel contesto del crowdfunding. La proposta introduce obblighi di rendicontazione uniformi sui redditi guadagnati da coloro che vendono beni o servizi attraverso queste piattaforme che effettueranno le segnalazioni solo in uno Stato membro selezionato e solo una volta all’anno.

Gli Stati membri scambieranno successivamente le informazioni comunicate per poter identificare quando le imposte sono dovute loro dalle vendite tramite piattaforme. Gentiloni ha precisato che vengono definite regole di rendicontazione e non di regole su come tassare il reddito dei venditori.

”E’ una distinzione importante da fare nel momento in cui sono in corso presso l’Ocse discussioni per esaminano come l’economia digitalizzata nel suo insieme dovrebbe essere tassata nei casi in cui opera in una giurisdizione senza presenza fisica” , ha spiegato il commissario all’Economia, Paolo Gentiloni presentando il pacchetto.

Per quanto riguarda la lista nera europea delle giurisdizioni non cooperative dal punto di vista fiscale (paradisi), Gentiloni ha annunciato l’intenzione di rafforzare tale strumento. Uno strumento che funziona, tanto è vero, ha indicato Gentiloni, che in 4 anni sono state valutate 95 giurisdizioni e sono stati eliminati oltre 120 regimi fiscali dannosi. Sarà condotta una verifica della lista per assicurare che sia efficace in conseguenza dell’evoluzione della complessità del fenomeno dell’evasione fiscale su scala internazionale.

“Sono già stati compiuti molti progressi per bloccare la frode e l’evasione fiscale e per combattere la fiscalità aggressiva, in Europa e nel mondo – ha chiarito il commissario – Ma quel lavoro è tutt’altro che concluso. Questo è uno scandalo che non può continuare, soprattutto in questo momento di crisi e al fine di costruire una ripresa duratura, tutti devono pagare la loro giusta quota”.

La Commissione lavorerà in diverse direzioni: revisione delle aree geografiche di riferimento per tenere conto meglio delle ramificazioni dei legami economici e finanziari con i Paesi terzi anche sulla base delle metodologie per identificare i Paesi ad alto rischio per il riciclaggio di denaro e le attività di finanziamento del terrorismo. Poi si tratta di adattare meglio i criteri alla situazione specifica tenendo conto della differenza tra Paesi ad alto rischio e quelli a basso rischio.

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Infine il dialogo costante per rafforzare gli accordi sulla buona governance fiscale e sulla tassazione pro ambiente. Si tratta di un’azione che costituisce poi la base di riferimento per l’uso dei fondi Ue da parte delle giurisdizioni non Ue, uso che non può contrastare le con le regole di buona governance.

La Commissione stima che le perdite annuali di entrate nell’Ue dovute evasione fiscale internazionale da parte di privati è stata sia di 46 miliardi di euro, l’elusione dell’imposta sulle società di oltre 35 miliardi e le frodi sull’Iva transfrontaliere a di 50 miliardi.

Web tax, frizioni Usa-Ue

La web tax potrebbe aprire un fronte duro di scontro tra Usa e Ue. In un editoriale pubblicato dal Financial Times, il commissario Ue per l’economia Paolo Gentiloni, evidenzia che l’Europa “rimane impegnata” nella ricerca di una soluzione globale a livello Ocse per risolvere la questione della tassazione dell’economia digitale.

“Ma se questo non fosse possibile entro l’anno, presenteremo una nuova proposta Ue – scrive – Nel frattempo la Commissione è unita nel sostegno a quei Paesi minacciati dalle sanzioni Usa perché hanno adottato una tassazione nazionale sui servizi digitali. E se necessario reagiremo” tutti insieme.

Gentiloni sottolinea poi che “l’Europa deve usare” la leva fiscale per raggiungere gli obiettivi fissati nella lotta ai cambiamenti climatici. “Nella prima metà del 2021 presenteremo una revisione del sistema di tassazione dell’energia rimuovendo i sussidi ai combustibili fossili”. E, nel rispetto delle disposizioni del Wto, presenteremo un piano per una carbon tax frontaliera “per scoraggiare le aziende dallo spostare la produzione in Paesi con regole verdi meno stringenti”.

Le sanzioni degli Stati Uniti alla Francia

I prodotti francesi più importati negli Stati Uniti verranno pesantemente tassati dall’amministrazione Trump al momento del loro ingresso sul mercato americano, per un ammontare complessivo che può essere approssimato attorno al miliardo e trecento milioni di dollari. E’ la decisione presa dagli Usa dopo che la Francia aveva nelle scorse settimane deciso di imporre una “tech tax” sui prodotti e sui servizi digitali che le grandi compagnie statunitensi vendono nel Paese europeo. Tra i prodotti presi di mira dal provvedimento ci potrebbero essere alcuni dei simboli dell’export francese nel mondo, come le borse di lusso e i cosmetici, mentre rimarrebbero esclusi dai nuovi dazi i vini e i formaggi.

Secondo quando confermato da fonti interne all’amministrazione fiscale Usa, le nuove tasse potrebbero però essere messe a punto in modo da entrare in vigore tra 180 giorni, lasciando così sei mesi di tempo alla diplomazia per ricomporre il contenzioso senza che inizi una vera e propria guerra commerciale tra i due Paesi.

La decisione francese è arrivata con l’obiettivo di prevenire che le tech  companies d’oltreoceano potessero “giocare” sulle diverse aliquote fiscali in vigore nei diversi stati Ue, guadagnando dal fatto di stabilire i propri quartier generali nei Paesi dove l’imposizione fiscale è più bassa. Ma l’amministrazione Trump ha interpretato questa decisione come un modo per prendere di mira alcune grandi società statunitensi forti sui comercati europei come Amazon e Google, e per questo ha deciso di reagire.

L’imposta decisa dal Paese guidato da Emmanuel Macron prevede una tassa annuale del 3% sul fatturato registrato in Francia dalle digital company il cui giro d’affari supera i 750 milioni di euro su scala  globale e i 25 milioni di euro in Francia. Proprio il fatto che la tassazione sia decisa in base al fatturato e non ai profitti è stato un altro elemento che ha scatenato la reazione americana.

La trattativa a livello Ocse sulla web tax

Lo scorso 17 giugno il Rappresentante per il commercio degli Stati Uniti, Robert Lighthizer, ha annunciato l’intenzione di sospendere – non si tratta dunque di un addio definitivo – i colloqui in sede Ocse avviati per trovare un accordo globale sulla digital tax. Come riferito anche dalla portavoce del Tesoro, Monica Crowley, gli Usa hanno preso la decisione a fronte degli impegni per affrontare l’emergenza sanitaria. “I governi di tutto il mondo si concentrano sulla risposta alla pandemia di Covid-19 e sulla riapertura sicura delle loro economie”, ha spiegato Crowley.

L’annuncio fa seguito alla lettera che il Segretario di Stato Stato Steve Mnuchin ha inviato ai ministri dell’Economia di Italia, Francia, Spagna e Regno Unito e nella quale annunciava lo stop alle trattative. “Accelerare le negoziazioni ci distrarrebbe dall’affrontare questioni ben più importanti, come la ripresa economica”, spiegava Mnuchin nella missiva.

La Commission europea ha deciso di perseguire la soluzione “internazionale” cercando un accordo all’interno dell’Ocse entro la fine dell’anno. Ma se questo accordo non arriverà, Bruxelles si è detta pronta mettere a punto una digital tax europea.

In realtà la stessa Ocse (che a fine gennaio ha raggiunto un accordo cui partecipano 137 Paesi per trovare la quadra entro fine 2020) ha riconosciuto, nel recente report “Tax and Fiscal Policy in Response to the Coronavirus Crisis”, che nella situazione critica generata dalla pandemia di coronavirus, diventa cruciale rispondere in maniera efficace alla sfide poste dalla digitalizzazione e garantire misure per la tassazione minima delle big tech. Secondo l’Ocse il forte impulso all’utilizzo di servizi su piattaforme digitali – basti pensare alla diffusione dello smart working e della didattica a distanza – possono rappresentare un nuovo stimolo a cercare un accordo a livello internazionale sulla web tax.

Dopo la crisi molti governi saranno chiamati a mettere in campo misure fiscali difficili, motivo per cui – prevede l’Ocse – aumenterà il  numero di Paesi che chiederà la web tax. Non solo per aumentare le entrate fiscale ma anche per evitare disparità tra le imprese “tradizionali” – Pmi soprattutto – e le multinazionali che operano sul web.

In seno all’Ocse è operativa la “task force on digital economy” volta ad esaminare le regole concernenti la distribuzione dei profitti delle imprese digitali al fine di arrivare a un nuovo quadro condiviso di norme su dove vadano corrisposte le imposte e quale quota dei profitti possa essere tassata da ogni giurisdizione coinvolta.

Secondo obiettivo della task force è quello di architettare un nuovo sistema che assicuri che le multinazionali del digitale paghino una quota minima di imposte, al fine di proteggere gli Stati dal fenomeno della Base Erosion and Profit Shifting (BEPS), ovvero l’insieme di strategie di natura fiscale che talune imprese pongono in essere per erodere la base imponibile e dunque sottrarre imposte al fisco.

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