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MANOVRA ECONOMICA

Web tax, Iab lancia l’allarme: “Minaccia per tutto il digitale italiano”

L’associazione della pubblicità online teme un effetto boomerang dall’applicazione della tassa che entrerà in vigore a gennaio 2020. Il presidente Noseda: “Competitività del settore a rischio”

08 Nov 2019

L. O.

“Una minaccia per la competitività del settore digital in Italia”. E’ questa la bocciatura di Iab Italia alla web tax che frutterà, secondo le stime del Mef, 708 milioni di euro. Ma l’associazione che raccoglie 170 aziende attive nella pubblicità digitale non ci sta: “”Così concepita  – dice il presidente per l’Italia Carlo Noseda – rischia di colpire moltissime realtà italiane che non dovrebbero ricadere nell’ambito di applicazione della digital tax”.

Iab lancia così un appello al Governo per chiarire che “i 750 mln dei ricavi vanno considerati solo sui ricavi digitali oggetto di tassazione, così come previsto dall’analoga legge francese, anch’essa ispirata alla proposta di Direttiva della Commissione Ue”.

L’articolazione italiana della tassa, invece, secondo Iab è “inidonea a raggiungere gli obiettivi di equità fiscale che si prefigge. Bisogna tassare chi le tasse non le paga, non chi è gravato da un total tax rate di circa 60 punti. Deve essere una misura chirurgica che punta all’asimmetria fiscale. Se non corretta, questa digital tax all’italiana, sarebbe beffarda oltre che dannosa”.

Cosa prevede la web tax italiana

L’imposta sui servizi digitali prevede un’aliquota del 3% sui ricavi da applicare ai soggetti che prestano servizi digitali e che hanno un ammontare complessivo di ricavi non inferiore a 750 milioni e un ammontare di ricavi derivanti dalla prestazione di servizi digitali non inferiore a 5,5 milioni. Le soglie vanno calcolate rispetto ai ricavi conseguiti l’anno precedente; l’esigibilità dell’imposta è prevista a fine 2020; introdotta un’eventuale sunset clause, cioé l’imposta resta in vigore fino all’attuazione delle disposizioni che deriveranno da accordi raggiunti nelle sedi internazionali.

Per quanto riguarda l’identificazione del criterio in base al quale “il dispositivo dell’utente si considera utilizzato nel territorio dello Stato, va fatto riferimento principalmente all’indirizzo di protocollo internet (Ip) del dispositivo stesso o ad altro sistema di geolocalizzazione”. L’imposta resta in vigore fino “all’attuazione delle disposizioni che deriveranno da accordi raggiunti nelle sedi internazionali in materia di tassazione dell’economia digitalizzata”.

La tassa dovrà essere versata “entro il 16 marzo”, mentre “la presentazione della dichiarazione annuale dell’ammontare dei servizi tassabili forniti” dovrà avvenire “entro il 30 giugno dello stesso anno”.

La web tax, prima nel dl Fisco poi transitata nella legge di stabilità, frutterà – secondo le stime Mef – oltre 700 milioni. La tassazione delle aziende che operano nel digitale era prevista anche nella legge di bilancio 2018, che prevedeva un gettito annuo di 600 milioni. La norma, però, non è ancora entrata in vigore. La nuova manovra prevede invece che sia applicabile a decorrere dal 2020.

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