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IL CASO

Gennaio “nero” per il bitcoin. Padoan: “Va regolato per evitare bolle”

Secondo CoinDesk il mese è il peggiore degli ultimi tre anni, con redite fino al 30%. Il ministro dell’Economia: “Le banche centrali si stanno attrezzando”. La Ue apre un dossier. E Facebook vieta gli spot

31 Gen 2018

Federica Meta

Giornalista

Bitcoin ha chiuso un 2017 da record è  ha iniziato e iniziato col botto anche il 2018 con rialzi che non si vedevano da tempo. Ma adesso  la moneta digitale sta vivendo il momento peggiore degli ultimi tre anni: perde circa il 30% rispetto all’inizio di gennaio, secondo i dati forniti da Coindesk. Oggi è scesa sotto quota 10.000 dollari e ha perso circa il 50% rispetto alla chiusura record di meta’ dicembre, quando toccò i 20.000 dollari.

Un crollo così grande è molto raro anche per bitcoin, nonostante sia moneta poco stabile e soggetta a forti fluttuazioni: ha perso il 30% in un mese solo altre tre volte, l’ultima nel gennaio del 2015. La causa principale del declino è rappresentata dal giro di vite regolatorio di diversi governi, tra cui gli Stati Uniti. La Securities and Exchange Commission ha appena bloccato la raccolta fondi da 600 milioni di dollari in bitcoin fatta da AriseBank, una banca con sede a Dallas che gestisce oltre 700 criptovalute.

Di necessità regolatoria ha parlato anche il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. “Il sistema delle criptovalute va regolato e le Banche centrali si stanno attrezzando per farlo, per evitare lo scoppio di bolle – ha detto Padoan, intervenendo a un convegno organizzato da Enel Foundation e Aifi – La blockchain è una tecnologia e un conto è la tecnologia, un conto è l’uso che se ne fa. La tecnologia da sola non crea bolle. Tutto questo sistema dovrà essere regolato – le banche centrali si stanno attrezzando e stanno valutando se emetterne (di criptovalute ndr) – in modo da evitare bolle, che poi esplodono e fanno danni”, ha spiegato Padoan.

Anche gli esperti di economia riuniti a Davos per il World economic forum hanno messo in guardia sulla bolla speculativa legata alle monete come bitcoin. Bocciatura completa arriva dall‘economista premio Nobel Joseph Stiglitz, intervistato da Bloomberg Tv a margine del Wef, secondo cui bitcoin non ha alcuna funzione utile, a parte l’elusione della legalità, e deve essere dichiarato fuori legge. “Abbiamo già un buon mezzo di scambio che si chiama dollaro, perché le persone vogliono i bitcoin? Per garantirsi l’anonimato”, ha detto Stiglitz.

Anche per la diffusione dei pagamenti digitali, che già molte banche adottano, non c’è bisogno del bitcoin, secondo il premio Nobel: “La mia sensazione è che, una volta regolamentato, e ostacolate quindi le attività illegali come il riciclaggio, la richiesta di bitcoin crollerebbe: regolarlo per impedire gli abusi significherebbe cancellarne l’esistenza”.

E anche Commissione europea condivide l’allarme sul possibile utilizzo delle valute digitali per il riciclaggio di denaro, oltre che sui potenziali rischi per la stabilità finanziaria: ai margini del vertice Ecofin di Bruxelles, il vicepresidente della Commissione Valdis Dombrovskis, responsabile dell’euro e della stabilità finanziaria, ha invitato gli Stati membro a recepire il prima possibile le regole europee contro il riciclaggio di denaro. “Le regole che abbiamo concordato a dicembre metteranno lo scambio di criptovalute e i fornitori di servizi di custodia nell’ambito della sorveglianza antiriciclaggio: questo significa meno anonimato, più tracciabilità. Esortiamo tutti gli Stati membri a trasporre queste norme nelle rispettivi ordinamenti il più rapidamente possibile”, ha affermato Dombrovskis.

Dombrovskis ha annunciato che la Commissione Ue aprirà presto un tavolo con tutte le parti interessate per fare il punto sulle criptovalute e prendere “rapidamente” delle decisioni. Per ora al centro dell’attenzione c’è la difesa dei consumatori, ma l’attenzione dell’esecutivo Ue potrebbe allargarsi alla vigilanza sui comportamenti illegali, in particolare il riciclaggio di denaro, e all’adeguamento dei sistemi d’allarme per la stabilità finanziaria.

La Russia invece brucia tutti su tempo. Il ministero delle Finanze ha preparato un disegno di legge che regola l’emissione e la circolazione di criptovalute. Lo ha reso noto lo stesso ministero sul suo sito internet. L’intenzione è quella di consentire la vendita e l’acquisto monete digitali attraverso società ad hoc; è escluso però che token o monete digitali vadano a rimpiazzare il rublo. Oltre a ridurre il rischio di frodi, il governo mira a tassare le criptomonete per andare a rimpinguare il bilancio pubblico.  Il governo vuole ridurre il rischio di frodi e rendere possibile una tassazione sulle le transazioni di “cryptocurrencies”, utile per puntellare il bilancio pubblico.

Ad opporsi alle nuove regole la Banca centrale russa, secondo cui  lo scambio di criptovalute in rubli o altre valute deve essere permesso solo con token emessi per attrarre finanziamenti.

Nel 2016, il ministero delle Finanze aveva proposto di punire penalmente l’emissione di monete digitali, ma l’iniziativa non è mai stata realizzata.

“Il commercio di monete digitali è diventato così diffuso – sostiene il ministero russo – che un bando su tale attività porterebbe alle condizioni per l’uso di criptovalute come strumento per il business illegale, il riciclaggio di denaro sporco e il finanziamento al terrorismo”.

Anche la Cina si è mossa. La Banca centrale di Pechino vuole mettere fine alla compravendita di Bitcoin e in una nota invita tutti gli istituti di credito ad “aumentare i controlli sulle transazioni e chiudere tempestivamente i canali di pagamento una volta che si è scoperto un sospetto scambio di criptovalute”.

Grane per il Bitcoin arrivano anche da Facebook. Il social network ha annunciato ch vieterà  le pubblicità che promuovono le criptovalute e sulle initial coin offering, con cui le start up raccolgono fondi vendendo.Verranno proiibiti gli spot che promuovono “prodotti e servizi finanziari che sono associati frequentemente con pratiche promozionali ingannevoli” incluse le criptovalute e le ico. Facebook spiega che il divieto è “intenzionalmente” ampio per consentire il tempo necessario per affinare il processo di identificazione e soppressione delle pubblicità ingannevoli.

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