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LA RICERCA

Industria 4.0 a due velocità, il Sud fa più fatica ad innovare

Il centro Studi e Ricerche per il Mezzogiorno sottolinea il valore delle filiere produttive del Mezzogiorno ma lamenta un divario nelle ricadute positive del Piano nazionale “Serve un mix di fondi strutturali, politiche sociali e culturali e interventi ad hoc”

23 Mag 2018

Patrizia Licata

giornalista

Il Piano Industria 4.0 rischia un’implementazione a due velocità che spacca, ancora una volta, l’Italia in due macro-aree perpetuando il divario economico e digitale. E’ quanto emerge dalla ricerca “Il valore delle filiere produttive nel nuovo contesto competitivo e innovativo tra Industria 4.0 e Circular economy“, condotta dal centro studi Srm (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno), sesto volume della collana “Un Sud che innova e produce”. Affinché il Piano Industria 4.0 possa sortire gli effetti desiderati vanno implementate “le misure di supporto alla crescita del Mezzogiorno con Fondi strutturali, politiche sociali e culturali e altri interventi”, indica lo studio.

Non è un quadro interamente negativo, ma singola criticità che si può sanare. Secondo i ricercatori, il Piano Industria 4.0 ha avuto un riscontro positivo sul territorio imponendosi come modello “politica industriale compiuta” che si avvale di una “serie di misure organiche e complementari” e del coinvolgimento di diversi soggetti. Positivo, inoltre, rispetto a strategie attuate in passato, il fatto che il programma non si limita agli incentivi fiscali a disposizione delle imprese per investimenti in ricerca e sviluppo, ma si pone anche un “obiettivo culturale“: si punta a sviluppare una nuova cultura d’impresa, basata sulle competenze Industria 4.0.

Tuttavia, l’impatto sul territorio nazionale non è uniforme e l’effetto finale del piano nel Mezzogiorno è, secondo Srm, meno rilevante rispetto al Centro-Nord, “a causa di un diverso spessore industriale caratterizzato da livelli di innovatività non diffusi”. Infatti, le imprese innovative al Sud sono circa 10.000, pari al 35,7% del totale delle imprese presenti nell’area e ad appena il 15% del totale nazionale. La spesa per innovazione è stata di 4.700 euro per addetto contro una media nazionale di circa 6.200 euro.

La presentazione dello studio di Srm ha avuto l’obiettivo di stimolare il dibattito sul ruolo che il Mezzogiorno riveste in particolare in cinque filiere produttive nazionali – Alimentare, Abbigliamento- Moda, Automotive, Aerospazio, Farmaceutica e delle Scienze della Vita. Sono stati analizzati i punti di forza e le aree di rischio della produzione meridionale; la logistica e l’innovazione emergono come fattore chiave per assicurare crescita e espansione. Anche la politica industriale può fare di più, dicono i ricercatori, ricordando che Industria 4.0 non solo non deve perpetuare la spaccatura Nord-Sud, ma deve diventare occasione di rafforzamento della coesione tra aree produttive. Le interdipendenze tra Nord e Sud sono un driver di valore del Made in Italy nel mondo, ma è cruciale adottare i nuovi modelli competitivi dettati dalla quarta rivoluzione industriale.

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