Reattive e tattiche le Pmi manifatturiere italiane, ma solo il 14% ha un approccio strategico al digitale - CorCom

IL REPORT

Reattive e tattiche le Pmi manifatturiere italiane, ma solo il 14% ha un approccio strategico al digitale

Secondo l’Osservatorio della School of Management del Polimi la maggior parte degli imprenditori non ha saputo cogliere, durante la pandemia, l’opportunità di ridisegnare il proprio modello di business. La cultura rimane il gap più importante: bisogna fare rete in logica di ecosistema e servono nuove figure professionali

10 Feb 2021

Veronica Balocco

Competenze strategiche nel digitale e lavoro di squadra, che coinvolga tutto l’ecosistema, dalle istituzioni nazionali agli enti territoriali e associativi fino alle università e centri di formazione: queste le leve fondamentali di cui necessitano le piccole medie industrie manifatturiere italiane per muoversi con successo nel nuovo contesto creato dalla pandemia, in cui la digitalizzazione è ora una scelta obbligata. È quanto emerge dalla ricerca “Pmi, industria e digitale, la sfida è adesso!” a cura dell’Osservatorio innovazione digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano, presentata questa mattina durante il convegno di apertura della 15° edizione della fiera A&T (Automation & testing) dedicata a innovazione, tecnologie e competenze 4.0, che si svolge online sino al 12 febbraio su una piattaforma accessibile ai visitatori dal sito aetevent.com.

Secondo la ricerca – condotta su un campione di 504 osservazioni rappresentative della popolazione di 69mila Pmi manifatturiere nel mese di dicembre 2020 – solo il 14% ha un approccio strategico al digitale, che pervade tutto il modello di business, coinvolgendo anche i processi core (sviluppo prodotto, rapporti di filiera, marketing e vendite). Generalmente si tratta di realtà più grandi e redditizie, di natura meno familiare, collocate al Nord e con una propensione maggiore all’export. La parte più importante del campione, ovvero il 57%, ha mostrato un approccio “tattico” con una focalizzazione al digitale su obiettivi specifici e contingenti di efficienza dei processi, con una forte diversità dei percorsi di digital transformation all’interno. Qui la cultura rimane un gap importante. Il restante 29% si avvicina al digitale come reazione a uno stimolo esterno – la crisi Covid o la richiesta di un cliente – con investimenti scarsi limitati a singole attività e processi, su un orizzonte di breve periodo.

“Necessario pianificare, agire in rete e lavorare su cultura e analisi”

“Dalla nostra analisi – ha dichiarato Giorgia Sali, direttrice dell’Osservatorio digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano – emerge chiaramente come le piccole e medie industrie italiane di fronte a un ritardo già rilevante in termini di digitalizzazione, di processo e di visione, prima della pandemia, non siano riuscite a cogliere durante l’emergenza sanitaria e nell’attuale crisi economica e industriale di portata mondiale, l’opportunità di ridisegnare i propri modelli di business e la propria cultura aziendale secondo una logica “liquida”. Non basta essere reattivi o tattici, oggi è il momento di essere strategici e per farlo occorre pianificare, agire in rete e cogliere tutte le grandi opportunità offerte dall’innovazione, che non è solo implementazione tecnologica, ma è anche cultura e analisi”.

A&T conferma quindi la sua vocazione di punto di osservazione e analisi di tendenze nel mondo delle Pmi, collaborando come già per la scorsa edizione con l’Osservatorio: già nel 2020 era emersa la scarsa maturità digitale delle micro, piccole e medie aziende italiane, un freno pericoloso in termini di reale competitività sui mercati globali. La pandemia ha costretto le Pmi industriali ad accelerare alcuni aspetti della trasformazione digitale, soprattutto per contrastare il crollo del fatturato, sopperire alle difficoltà nella gestione dell’operatività aziendale e garantire la flessibilità del lavoro. Ma non è sufficiente. La sfida per il futuro è passare dalla reazione all’azione, da un approccio emergenziale a un approccio strategico di lungo periodo. Le tecnologie sono state acquisite, manca un’implementazione strategica, una vera e propria riorganizzazione aziendale, improntata a una cultura digitale. Occorre estendere la digitalizzazione ai diversi processi di business rendendoli integrati e prospettici.

Tema centrale: la mancanza di competenze, servono nuove figure

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L’importanza del digitale per la sopravvivenza del business emerge a ogni livello, a partire dal crescente interesse dimostrato da manager e titolari per la formazione strategica in questo ambito, con un +20% rispetto al 2019: il 67% investe tempo sull’aggiornamento professionale, pur in modo sporadico e non continuativo. Ancora elevata tuttavia la percentuale (40%) di imprese che non hanno alcun responsabile dedicato a tematiche Ict&digital. Il tema, dunque, è la mancanza di competenze, di cui le Pmi dell’industria pagano maggiormente le conseguenze negative e che impone un cambio culturale basato sull’interconnessione di tutti gli attori coinvolti insieme all’impresa. Perché la digitalizzazione avvenga con successo, infatti, è fondamentale che allo sviluppo di competenze concorra lo sforzo di tutto l’ecosistema: dalle istituzioni nazionali agli enti territoriali e associativi, fino a Università e centri di formazione.

Dalla ricerca emerge in modo evidente come le imprese necessitino oltre che fare rete anche di nuove figure professionali. Occorre andare oltre l’innovation manager e puntare sul pianificatore strategico dell’innovazione. Scendendo più nel dettaglio, lo studio fotografa ancora una scarsa dimestichezza delle Pmi manifatturiere con le tecnologie di Industrial IoT in fabbrica: il 65% ammette di non conoscerle, solo il 9% le applica, anche se l’interesse è in aumento. Stessa situazione per l’uso del digitale nei rapporti lungo la supply chain, in ampliamento, ma comunque ancora marginale (software 35%, sensoristica 7%). Più positivi i dati relativi all’applicazione nel supporto alle vendite, con un incremento importante nel 2020 dell’utilizzo dell’e-commerce (sia tramite piattaforme proprietarie, sia su canali terzi). Meglio anche le performance del digitale a supporto di amministrazione, finanza e controllo, anche se rimane scarsa l’integrazione tra i processi. La diffusione del lavoro da remoto da una parte fa aumentare il rischio percepito e l’esigenza di protezione dei dati portando all’adozione di sistemi avanzati per la sicurezza informatica (38%), dall’altra stimola la crescita dei software in cloud per gestire le comunicazioni e la collaborazione tra i dipendenti da remoto (39%). Anche le priorità di investimento digitale per i prossimi 12 mesi mostrano una stretta connessione con necessità contingenti, e si orientano verso soluzioni che consentano di portare avanti il lavoro in sicurezza in situazioni emergenziali.

“La vera innovazione è data da un’identità ibrida”

Uno scenario che conferma dunque la tendenza della maggior parte delle Pmi manifatturiere a ragionare e muoversi entro un asse temporale ridotto, che nel lungo periodo non potrà che incidere negativamente sulla loro competitività e capacità di rimanere profittevoli sul mercato. “La ricerca – spiega Luciano Malgaroli, fondatore e ceo della fiera A&T – mostra in modo chiaro le difficoltà dei piccoli imprenditori italiani a pianificare in modo prospettico lo sviluppo del loro business, ridimensionando di fatto le potenzialità offerte dall’innovazione e della trasformazione digitale. Implementare una linea produttiva, sistematizzare un processo informatizzare un sistema, non significa aver reso la propria impresa 4.0: la vera innovazione, quella che incide pesantemente in termini di competitività sui mercati globali, è data da un modello di azienda caratterizzata da un’identità ibrida, capace cioè di includere il know-how legato all’innovazione degli impianti e dei processi a quello dell’industrial analytics focalizzato alla migliore performance produttiva, ovvero alta qualità, valorizzazione dei dati, razionalizzazione degli sprechi, certificazione in termini di sicurezza e di sostenibilità. Questi sono i messaggi che nei tre giorni di fiera cercheremo di trasmettere al nostro pubblico, attraverso un programma ricco di contenuti, di esperienze tecnologiche e di opportunità formative. Un evento che abbiamo ridisegnato in versione digitale puntando sulla socialità e sull’interattività. Una sfida che aprirà nuovi spazi nelle manifestazioni fieristiche: la modalità ibrida è ormai prossima”.

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