L'INTERVISTA

Tassa sui robot, Bentivogli: “Per l’Italia sarebbe un boomerang”

Il segretario generale della Fim-Cisl: “Quella di Bill Gates è una provocazione. Invece di tassare l’innovazione tecnologica si dovrebbe detassare il lavoro. E far tornare gli investimenti, come negli obiettivi del piano Calenda su Industria 4.0”

22 Feb 2017

Antonello Salerno

“E’ chiaro che quella di Bill Gates è una provocazione, ma in Italia rischierebbe di essere un paradosso. Aggiungerei che i Pc e i sistemi operativi hanno distrutto più posti di lavoro di quanto probabilmente non facciano i robot. Se qualcuno avesse lanciato la provocazione di Bill Gates alla nascita di Microsoft, proponendo una tassa sui Pc, probabilmente lui oggi non sarebbe l’uomo più ricco del mondo”. Così Marco Bentivogli, segretario generale della Fim Cisl, commenta in un’intervista a CorCom la proposta avanzata dal fondatori di Microsoft a Monaco durante la conferenza sulla sicurezza.

Bentivogli, la tassa sui robot non potrebbe essere utile a compensare gli effetti negativi sugli operai dell’introduzione sempre più massiccia nei robot nel ciclo di produzione?

Secondo me stiamo assistendo a una focalizzazione eccessiva sulla robotizzazione, mentre industry 4.0 è qualcosa di molto più evoluto. E’ vero che i dati del World economic forum considerano dal 2016 il riallineamento tra il costo orario di un robot e quello di una persona, ma la sostituibilità non sarà totale. Non si può immaginare il processo industriale come una macchina automatica per il caffè: la partita della sostituzione è tutta da vedere, e dipenderà molto da noi.

E la previsione che la tecnologia distrugge posti di lavoro?

Non è un processo così automatico come in molti lo presentano. Anzi, vorrei ricordare che è la mancanza di tecnologia in Italia ad aver distrutto interi settori, come nel comparto degli elettrodomestici. In California si valuta che le fabbriche diventeranno scatole vuote, union-free e workerless, dove poche persone lavoreranno e il resto potrà contare su un reddito di cittadinanza. Ma questo modello è tutto da dimostrare, e sarei portato a dire che non è sostenibile. La soluzione, in questo grafico che fa scendere il costo orario del lavoro, non è nella tassazione delle tecnologie, ma nella detassazione del lavoro.

Una eventuale tassa sui robot potrebbe incidere sulla propensione delle aziende a investire?

Il nostro è un paese in cui c’è stata una fuga degli investimenti privati, parliamo di 80 miliardi durante la crisi, risorse riorientate verso la rendita, la finanza e l’estero. Dobbiamo trovare una modalità per far tornare le aziende a investire nelle tecnologie. Se tassiamo i robot sicuramente questo scoraggerà le piccole e medie imprese, che sono la gran parte del tessuto italiano. Basti pensare che la dimensione media delle imprese che aderiscono a Finmeccanica è di 12 dipendenti. Il rischio in realtà esiste già oggi, senza che sia stata introdotta la tassa, mentre il piano Calenda su Industria 4.0, come stanno facendo tutti in Europa, mira a incentivare l’innovazione tecnologica, non a frenarla.

Al di là della tassa, qual è allora la ricetta per sostenere il lavoro?

I principi fondamentali sono due: detassare il lavoro e redistribuire la ricchezza, l’esatto opposto di quella di alcuni teorici californiani. Grazie alla tecnologia ci sarà un guadagno di produttività, e bisogna fare in modo che questa ricchezza sia redistribuita. Purtroppo nel nostro Paese ci sono sempre in prima fila i catastrofisti: in un momento in cui non è ancora scontato che l’Italia possa giocare un ruolo da protagonista nello scenario di Industria 4.0, loro già pensano a sussidiare chi rimarrà escluso. E’ come pensare al paracadute prima di salire su un aereo. In realtà lo scenario più grave, in termini di disoccupazione, si realizzerà se rimarremo esclusi dal progresso. Perché non succeda dobbiamo investire nella professionalità e nell’aggiornamento delle competenze.