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IL CONVEGNO

Niente “guerra” tra uomini e robot, il futuro è la collaboration

All’edizione 2018 dell’Italian Innovation Day, organizzato dal nodo tricolore di Eit Digital, il confronto sulle strategie da adottare per andare incontro a una società sempre più dominata da automazione e intelligenza artificiale. Formazione 4.0 e scuola digitale le leve strategiche

30 Nov 2018

Domenico Aliperto

Ora che attraverso un adeguato sviluppo applicativo le tecnologie digitali di frontiera hanno smesso di essere una promessa e si sono trasformate in realtà, si pone seriamente il problema di quale sarà la loro ripercussione non solo sul mondo del lavoro, ma sull’intera società. Le persone, nelle vesti di lavoratori, consumatori e utenti, sono pronte a convivere con l‘intelligenza artificiale, con l’automazione spinta, con i robot? È una domanda che attualmente non ha risposta, forse perché manca una premessa fondamentale alla questione: ancora non si sono affrontati in maniera sistematica il tema dell’educazione all’uso del digitale e quello dello sviluppo delle competenze necessarie a dominarlo.

Per lo meno in molti dei Paesi che oggi generano gran parte del Pil mondiale, e specialmente in Italia. Solo nel momento in cui verrà data la giusta spinta alla formazione sarà possibile cominciare a interrogarsi sugli effetti concreti che produrrà la convivenza tra esseri umani e macchine. Di questo si è parlato ieri a Trento in occasione dell’edizione 2018 dell’Italian Innovation Day, l’evento organizzato dal nodo italiano di Eit Digital, il network di centri europei per lo sviluppo di soluzioni digitali e per la promozione dell’imprenditorialità secondo la logica dell’open innovation. Un’occasione per far sedere intorno a uno stesso tavolo una comunità internazionale di formatori e ricercatori impegnati su questo fronte. Tra le visioni che vanno per la maggiore, quella più pessimistica descrive un mondo in cui queste ultime sostituiranno in tutto e per tutto l’attività dell’uomo, mentre quella più ottimistica delinea una realtà in cui intelligenze organismi artificiali lavoreranno gomito a gomito con le loro controparti umane.

In cerca di un nuovo paradigma per l’educazione scolastica

“Si parla per esempio già di co-bot, collaboration robot”, ha spiegato Francesco Profumo, presidente della Fondazione Bruno Kessler, aprendo i lavori del convegno. Profumo ha citato le stime più accreditate quando si parla di tecnologie e professioni, ricordando che nel giro di cinque anni si verranno a creare 133 nuovi milioni posti di lavoro a fronte circa 75 milioni che invece andranno perduti a causa dell’evoluzione digitale. Il saldo è positivo, con 58 milioni di posizioni in più, senza contare che secondo l’analisi di McKinsey in molti casi non ci sarà una sostituzione completa, ma un’integrazione tra lavoro umano e contributo delle macchine, con un radicale cambiamento di paradigma rispetto alle modalità produttive. “Assisteremo a simbiosi sempre più frequenti con i robot, e in settori come il manifatturiero e il medicale questo tipo di collaborazione è già realtà”, ha aggiunto Roberto Saracco, membro dell’Ieee a capo dell’Industry Advisory Board all’interno del Future Directions Committee. “D’altra parte, passando da un mondo fatto di atomi a un mondo fatto di bit vivremo i sistemi produttivi si trasformeranno di conseguenza, evolvendosi da economie di scarsità a economie di abbondanza delle risorse”

Il vero problema è l’inadeguatezza del sistema scolastico. “L’educazione è ancora molto legata alle logiche del vecchio sistema industriale”, ha rimarcato Profumo. “Si dovrebbero traghettare i programmi di formazione da un impianto passivo e fortemente gerarchizzato a un approccio che fa della proattività, della creatività, del pensiero critico e soprattutto del problem solving i pilastri di un nuovo modo di trasmettere conoscenza”. Profumo ha chiamato in causa due modelli diversi: quello di Singapore, molto efficiente sul fronte dei costi ma decisamente influenzato dal verticismo del governo, e quello tedesco, che necessita di grossi investimenti e che punta sulla specializzazione. “A prescindere dalla strada che si sceglierà, una cosa è certa: l’Italia ha bisogno di profonde riforme in questo senso”, ha detto il professore, sottolineando la distanza siderale che separa il nostro Paese da mercati come Sud Corea, Germania e Singapore – per l’appunto – nell’Automation Readiness Index stilato dall’Economist. I Paesi dell’Est asiatico sono anche quelli più avanzati rispetto al life long learning, che presuppone una formazione continua, capace di evolvere insieme alla costante trasformazione delle tecnologie digitale.

Come immaginare lavori che ancora non esistono?

Strettamente legato al tema dell’educazione scolastica, c’è quello della formazione professionale. “Anche qui, comprendere in che modo si dovranno creare e aggiornare le competenze necessarie ad affrontare i nuovi scenari non è cosa da poco”, ha esordito Maria Grazia Bizzarri, Head of People Development di Nexi, nel panel dedicato a questa ulteriore sfida. “È vero che in futuro avremo nuovi e più lavori, ma non avremo le giuste skill per coprirli, se non agiamo in fretta”. Secondo Bizzarri tocca prima di tutto alle imprese il compito di movimentare le proprie risorse umane facendole migrare da alcune competenze ad altre. “Siamo entrati appieno nella giga society e nella sharing economy”, ha detto Cristina Pozzi, Ceo e cofondatrice di ImpactSchool. “e per questo dobbiamo prima di ogni altra cosa cambiare il modo in cui funziona la società attorno ai nuovi lavori, a partire dal welfare e dall’incentivazione dell’inclusione femminile nel mondo delle professioni digitali, attraverso la valorizzazione dei talenti che provengono dai corsi di studio Stem (Science, Technology, Engineering, Math, ndr). C’è poi da elaborare strategie per dare vita a skill a prova di futuro: non credo ci sia alternativa a un’impostazione che veda formazione e lavoro andare di pari passo”. Alessandro Rimassa, Ceo e cofondatore di Tag Innovation School, ha ricordato l’importanza di coltivare le competenze utili ad affrontare il lavoro oggi, preparando poi le persone all’idea che questa dovranno cambiare continuamente. “Credo sia fondamentale più che altro riuscire a scalare questo approccio alla formazione, che oggi è di nicchia, facendolo diventare di massa. Quella della collaborazione a cavallo di pubblico e privato è la strada che abbiamo scelto di seguire per raggiungere questo obiettivo”, ha detto Rimassa. Rimane poi da pensare a cosa succederà quando si chiuderanno i rapporti di lavoro in una società contraddistinta da una speranza di vita sempre più alta. “Molte persone che cominciano oggi la propria carriera vivranno probabilmente fino ai cento anni in un mondo fortemente dominato dall’automazione”, ha spiegato Fabian Garcia Pastor, Head of Professional School di Eit Digital. “Dovranno prepararsi a un nuovo ruolo nella società durante gli anni del pensionamento, che diventeranno con ogni probabilità sempre più numerosi. Come? Dando sempre più spazio alla propria creatività”.

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