L'AUDIZIONE ALLA CAMERA

Rider, i sindacati: “Ritardo sulle norme e nuovi rischi sociali. Il Parlamento non aspetti la Ue”

In corso l’esame della proposta europea per il miglioramento delle condizioni di lavoro mediante piattaforme digitali: “Mancanza di tutele minime, avviata la strada verso un contratto collettivo nazionale”

16 Mar 2022

Veronica Balocco

riders

“Siamo in presenza di un ritardo di regolazione legislativa. L’espansione che ha avuto il lavoro su piattaforma si sarebbe dovuta accompagnare ad alcuni interventi di regolazione per garantire l’esercizio delle tutele dei lavoratori. Per questo pensiamo che non occorre aspettare i tempi di recepimento della direttiva ma pensiamo che il Parlamento, anche con iniziativa da parte del Governo, attraverso specifici disegni di legge può compiere azioni nel solco di quanto contenuto dalla direttiva“. Lo hanno detto i rappresentanti della Cgil in audizione – con le altre sigle sindacali – in commissione Lavoro alla Camera, nell’ambito dell’esame della proposta di direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, relativa al miglioramento delle condizioni di lavoro nel lavoro mediante piattaforme digitali.

Intrapresa la strada contrattuale

“Stiamo lavorando sui riders e stiamo avviando un confronto sindacale – hanno aggiunto i i rappresentanti della Cisl -. Stiamo seguendo una strada contrattuale per affrontare le questioni del lavoro su piattaforma, almeno per la parte relativa al lavoro di consegna dei beni a domicilio. È avviato e già nei prossimi giorni avremo un confronto con Confcommercio e Assodelivery per iniziare una strada che porti a un contratto collettivo nazionale per i lavoratori del settore“.

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Rischio di mancanza di tutele

Sulle possibili insidie che si nascondono dietro queste nuove frontiere occupazionali ha invece fatto il punto la Uil, chiarendo che “il lavoro mediante piattaforme digitali ha introdotto anche nuovi rischi sociali causati dalla mancanza di tutele minime che sono alla base di un rapporto di lavoro che possa essere definito dignitoso. Il modello di business molto spesso infatti si basa su un vantaggio competitivo ottenuto mettendo sotto pressione il costo del lavoro. Questo si traduce in condizioni di lavoro precarie in cui si nasconde molto falso lavoro autonomo che permette alle aziende di offrire un prezzo più basso per il servizio”.

“Necessario specificare cosa si intenda per piattaforma digitale”

“Il punto più critico  – ha specificato la Cgil – riguarda la classificazione di cosa è la piattaforma digitale, punto su cui serve maggiore precisione per evitare di escludere alcune piattaforme dall’oggetto della direttiva. Inoltre pensiamo si possa ragionare su una presunzione di subordinazione di carattere generale, superando il legame ad alcuni criteri. Consideriamo poi limitativo il fatto che alcuni obblighi in tema di trasparenza siano riferiti solo alle piattaforme considerate datori di lavoro, escludendo quindi le piattaforme che operano attraverso il ricorso al lavoro autonomo”.

“Ad aumentare il quadro dei rischi  – ha concluso la Uil – vi è la deresponsabilizzazione delle piattaforme i cui meccanismi di funzionamento sono ancora poco chiari e rischiano di avallare la diffusione di fenomeni di discriminazione e l’emersione di forme di caporalato digitale. E’ in questo contesto problematico che si inserisce la proposta di direttiva. Una proposta che mira a garantire un mercato del lavoro e un sistema di protezione sociale più equo, soprattutto in un fase di transizione digitale dell’Europa. E’ evidente che l’azione per migliorare la posizione di lavoro dei platform workers deve essere prima che nazionale europea”. 

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