L'EDITORIALE

No cloud? No smart working. Soprattutto nella PA italiana

Impossibile erogare servizi a distanza ai cittadini senza un accesso centralizzato a database e piattaforme. Pubblica amministrazione e sanità i settori più indietro. Se non si dà un’accelerata i desiderata del Governo si infrangeranno sullo scoglio di un’arretratezza digitale che rischia di far piombare il Paese in un’impasse senza precedenti

05 Mag 2020

Mila Fiordalisi

Direttore

Parola d’ordine smart working. Questa emergenza Coronavirus sta evidenziando la necessità e anche l’opportunità per molti – aziende e pubbliche amministrazioni – di migrare verso una modalità di lavoro che per molte figure, operative in particolare nelle grandi imprese e nelle multinazionali, è già realtà da anni.

Al netto delle questioni regolamentari, del diritto alla disconnessione di cui si dibatte, e delle garanzie che bisognerà mettere nero su bianco per evitare caos ed effetti boomerang sul fronte della qualità della vita del lavoratore, la questione centrale è un’altra: lo smart working potrà diventare realtà solo ed esclusivamente laddove il substrato tecnologico e infrastrutturale sia adeguato a sostenere e a rendere efficace sul fronte operativo la modalità a distanza. Un aspetto non banale su cui poco si sta concentrando l’attenzione.

La disponibilità di connettività adeguata e di dispositivi è il problema più semplice da risolvere: la disponibilità di banda ultralarga è ben maggiore rispetto alla domanda di mercato e ci sono tecnologie come l’Fwa e presto il 5G che possono andare a compensare le lacune territoriali e a colmare il digital divide dovuto all’impossibilità di posare la fibra (si pensi alle aree montane o a quelle più periferiche). Il problema, quello vero è rappresentato dalla scarsa adozione del cloud, ossia di una centralizzazione delle risorse per renderle accessibili da chiunque e ovunque.

La questione è seria: il cloud non è tecnologia tout court ma una modalità di operare che necessita di un profondo cambio di visione sul fronte dei processi e dell’organizzazione e quindi anche di competenze. L’Italia, sebbene negli ultimi anni abbia registrato un’accelerata, mostra lacune importanti in comparti strategici in cui il cloud potrebbe rappresentare la chiave di volta. Sono i dati a parlare: secondo le ultime rilevazioni dell’Osservatorio Cloud Transformation della School of Management del Politecnico di Milano il mercato cloud nel 2019 ha fatto un balzo in avanti del 18% pari a un giro d’affari di circa 2,8 miliardi. Ma le percentuali di adozione da parte dei singoli settori restano ancora insoddisfacenti. A guidare la classifica è il Manifatturiero (25% del mercato Public & Hybrid Cloud). Seguono il settore Bancario (20%) e Telco e Media (15%). E le percentuali diventano risibili sul fronte di servizi (10%), utility (9%), PA e sanità (8%), Retail e Gdo (8%) e Assicurazioni (5%).

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Smart working

La ministra della PA Fabiana Dadone in queste settimane ha più volte acceso i riflettori sull’opportunità di trasformare lo smart working da una modalità “emergenziale” a un sistema a regime per molti dipendenti pubblici. Ed ha appena firmato una Direttiva per le modalità di svolgimento del lavoro agile. Anche la Sanità potrà giocare una partita importante nell’erogazione di servizi a distanza a partire da quelli di e-health fino a quelli che riguardano la prenotazione di visite e l’invio di certificati e ricette ai pazienti. Una bella svolta considerati i benefici in termini di efficienza e taglio di costi e oneri a carico della macchina pubblica e quelli, importantissimi, legati al servizio al cittadino.

Ma fra il dire e il fare c’è di mezzo il cloud. Secondo le stime messe nero su bianco nello studio I-Com “Digital Impact – Gli effetti della trasformazione digitale sulle imprese e sulla PA italiane se il 10% in più delle Pubbliche amministrazioni adottasse la “nuvola” il risparmio potenziale per i soli enti comunali ammonterebbe a circa 900 milioni di euro. Maggiore efficienza, abbattimento delle distanze tra PA e utenti, più facile accesso ai servizi: questi secondo I-com i maggiori benefici derivanti dall’uso del cloud da parte della PA.

Se è vero che, inaspettatamente, la PA italiana è riuscita in questa delicata fase a gestire gran parte dell’operatività in smart working è anche vero però che la gestione dei servizi si limita a quelli “essenziali” e urgenti. Come ha evidenziato il presidente di Confindustria Digitale Cesare Avenia quel che sta accadendo in questi giorni non è pienamente mappabile e non siamo in grado dunque di capire quali e quanti servizi e operazioni si stiano svolgendo in modalità da remoto e con quale efficienza. Molte delle attività vengono gestite via e-mail e alcune necessitano di lungaggini dovute al reperimento di documentazione non disponibile in repository centralizzati. Per non parlare della mancanza di “dialogo” informatico fra le piattaforme in uso alle singole amministrazioni, alle regioni, agli enti pubblici di varia natura.

Il primo aprile del 2019, giusto un anno fa, sono scattati gli obblighi per le PA di adottare soluzioni cloud nell’ambito del Piano triennale 2019-2021 basato sul principio del “cloud-first”. Decisamente una svolta almeno sul fronte di indirizzo programmatico, ma i risultati non si sono ancora toccati con mano in maniera massiccia. I desiderata del Governo rischiano dunque di non tradursi in realtà: cosa accadrà quando si tornerà alla “normalità”? Quanti dipendenti pubblici potranno disbrigare pratiche attraverso la Rete? Quanti potranno quindi davvero lavorare in smart working? Se si pensa alle difficoltà che ci sono state e ancora ci sono nell’erogazione della carta di identità elettronica – mesi di attesa in molti Comuni – è evidente che la macchina pubblica non si è ancora rodata all’uso della “tecnologia”. E che le resistenze all’innovazione restano profonde e radicate. Lo stesso vale per molte aziende, soprattutto le Pmi, che la partita cloud devono ancora giocarla e che anche per questa ragione non si sono trovate pronte nella gestione dell’emergenza e probabilmente faranno fatica anche a gestire il futuro prossimo venturo. L’e-commerce, ad esempio, non si potrà fare senza cloud. Così come tutta una miriade di altre attività. Il Governo ne è consapevole?

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