IL SONDAGGIO

Smart working, sì dei lavoratori “ma servono nuove regole”

Indagine #IlLavoroContinua: 8 intervistati su 10 aprono alla valutazione per obiettivi. Ma si chiede l’introduzione di paradigmi diversi. Focus sul diritto alla disconnessione

26 Giu 2020

L. O.

Smart working promosso dai lavoratori in Italia. A patto che ora si passi all’elaborazione di regole che mettano al centro sicurezza, benessere e equità con un focus particolare sul diritto alla disconnessione. Emerge dall’indagine presentata nell’ambito dell’iniziativa #IlLavoroContinua, realizzata dal Centro studi InContra – e voluta da associazione datoriale Cifa, sindacato Confsal e fondo interprofessionale Fonarcom – da cui emerge il nodo vita-lavoro: per il 70% dei lavoratori è ancora difficile trovare un bilanciamento.

L’accelerazione delle Pmi italiane

La fotografia mette in luce la super-attivazione dello smart working nelle Pmi nel corso del lockdown. Le piccole e medie imprese registrano un cambio di passo due volte maggiore rispetto al periodo pre-pandemico, contro una tendenza di segno opposto nelle grandi imprese.

Il non ricorso al lavoro agile resta per lo più una scelta volontaria del lavoratore; solo per il 30% si deve alla mancanza di strumentazione idonea e per il 22% a una decisione aziendale.

Più separazione vita-lavoro

Poi, pur riconoscendo allo smart working un buon potenziale di bilanciamento vita-lavoro, circa il 70% dei responsabili dichiara di aver avuto difficoltà nel separare i tempi. Diffusa la percezione da parte dei collaboratori (60%) che all’aumento delle ore lavorative non corrisponda un commisurato riconoscimento di straordinari, insieme con un certo disagio nel sentirsi sempre connesso e reperibile (opportuno riflettere sul diritto alla disconnessione).

Il risparmio (per trasporto, pranzo, ecc.) mette d’accordo tutti, così come l’aumento della propria produttività e l’incremento dell’autonomia e della responsabilità nel raggiungimento degli obiettivi.

Di contro, si registra una certa difficoltà su coordinamento (con il capo e con il team), condivisione di informazioni e tempi di risposta. Nella relazione da remoto, infatti, per il 35% dei soggetti non si ha la stessa efficacia che in presenza.

Valutazione per obiettivi raggiunti

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Smart working

L’82% degli intervistati è favorevole a essere valutati sulla capacità di raggiungere i propri obiettivi lavorativi, percentuale che scende al 60% se si chiede di immaginare la retribuzione legata a questo raggiungimento. Fra le cause la poca fiducia nella dirigenza e la percezione di una cultura d’impresa obsoleta.

Per Salvatore Vigorini, presidente di InContra, “i risultati ci spingono a una profonda riflessione su come questa modalità di fornire la prestazione richieda un ripensamento dei ruoli e dell’organizzazione in azienda. Tutto va ripensato e normato alla luce dei cambiamenti in atto: serve maggiore dialogo tra impresa e lavoratori, va generato un maggiore clima di fiducia in azienda e vanno adottate moderne relazioni industriali”.

Smart working, ora servono nuove regole

“Le criticità emerse vanno lette alla luce di un’adozione per lo più frettolosa dello smart working non preceduta da un’adeguata preparazione, da una buona formazione e da un cambiamento culturale – dice il presidente di Cifa, Andrea Cafà -. I risultati ci invitano, come Cifa, Confsal e Fonarcom, a consegnare all’intero mercato del lavoro, strumenti e soluzioni efficaci per adottare al meglio, da qui in poi, questa modalità lavorativa”. Anche le imprese però devono fare la loro parte “rivedendo i propri modelli organizzativi, investendo in formazione e in strumentazione tecnologica, oltre a rafforzare il clima di fiducia”.

“L’indagine ci dice che occorre lavorare molto sulla regolamentazione dello smart working – dice il segretario generale di Confsal, Angelo Raffaele Margiotta – al fine di garantire ai lavoratori il massimo di benessere e di sicurezza, con particolare attenzione a cià che attiene al diritto alla disconnessione per una giusta separazione tra tempi di vita e tempi di lavoro”.

“Finora lo smart working è stata una sperimentazione – dice Rosario De Luca, presidente Fondazione studi Consulenti del lavoro -. E’ stato una sorta di test che ha consentito alle aziende di andare avanti. Tutti ci siamo adattati, ma se vogliamo parlare di futuro allora dobbiamo fare un vero salto culturale che, di sicuro, non è avvenuto nel corso del lockdown. Per questo salto svolgono un ruolo fondamentale i consulenti del lavoro, i professionisti che si trovano in prima linea in questo momento di grande cambiamento”.

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