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IL CASO

Facebook dovrà risarcire un’azienda italiana: “Copiata la app”

I giudici di Milano condannano la società californiana a pagare 350mila euro alla lombarda Business Competence: violazione del diritto d’autore e “appropriazione parassitaria di investimenti altrui”. Nel mirino l’applicazione Nearby

17 Set 2019

L. O.

Violazione del diritto d’autore e appropriazione “parassitaria di investimenti altrui”. E’ questo il verdetto con cui la Corte d’Appello civile di Milano conferma la sentenza di primo grado e obbliga Facebook a risarcire con 350mila euro una società italiana di sviluppo software, Business Competence. Secondo i giudici l’azienda californiana ha copiato dalla società italiana un’applicazione che propone agli utenti bar e ristoranti di loro interesse e vicini.

Ancora da stabilire la quantificazione del danno subito da Business Competence dalle violazioni contestate al colosso dei social (su questo fronte l’udienza è fissata per domani). La replica di Facebook: “Rispettiamo la decisione, ma valuteremo le opzioni legali”.

Secondo i giudici Facebook ha attuato un’”appropriazione parassitaria” dell’app Faround ideata della società dell’hinterland milanese, lanciando sul mercato l’applicazione Nearby. Quest’ultima – come quella firmata da Business Competence – individua dove una persona si trova, i suoi gusti e, in base a questi, anche i ristoranti o i bar vicini. Nella sentenza, scrive la Corte, non esistono prove che “Nearby Places sia stata sviluppata in modo autonomo da Facebook rispetto a Faround”.

I fatti risalgono all’ottobre 2012, quando l’azienda italiana aveva ideato e lanciato la app Faround. Due mesi più tardi, nel dicembre dello stesso anno, il colosso californiano aveva proposto agli utenti di scaricare la sua Nearby. Quest’app, però, secondo Business Competence è identica alla propria per “concept e format”, ad eccezione soltanto degli aspetti grafici. Una tesi condivisa dai giudici civili di primo grado che, alla fine del 2016, nella fase cautelare del procedimento, avevano anche respinto la richiesta di Facebook di sospendere l’esecutività della sentenza di primo grado.

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