Gender gap, scoppia il caso Google. Class action delle dipendenti - CorCom

LAVORO

Gender gap, scoppia il caso Google. Class action delle dipendenti

L’azienda nel mirino per discriminazione di genere: “Sottopagate e segregate in ruoli non tecnici, con poche opportunità di carriera”. L’80% delle professioni top coperto da uomini. Il dipartimento del Lavoro Usa: “Comportamento estremo”

15 Set 2017

Patrizia Licata

A inizio anno le dichiarazioni di Google che sosteneva di aver azzerato il gender pay gap in azienda, oggi la denuncia di tre ex dipendenti donne che accusano il colosso di Mountain View di averle relegate in ruoli marginali, rallentando la loro carriera e pagandole meno dei colleghi uomini con pari competenze. Kelly Ellis, Holly Pease e Kelli Wisuri hanno spiegato che la discriminazione non ha riguardato solo loro e hanno lanciato una class action. Uno degli avvocati che le assiste, James Finberg, ha rivelato al Guardian di essere stato contattato da altre 90 donne dipendenti di Google che non hanno voluto però accusare formalmente l’azienda californiana per paura di perdere il lavoro: “Google obbliga a firmare contratti di riservatezza”, ha spiegato il legale.

Le tre ex dipendenti hanno raccontato storie simili: appena assunte da Google, sono state inserite in posizioni inferiori rispetto alla loro qualifica. La Ellis, per esempio, assunta come software engineer per Google Photos è entrata dal Livello 3, che di solito viene viene assegnato ai neo-laureati. Poche settimane dopo, Google ha assunto un altro software engineer, stesso anno di laurea e stesse competenze della Ellis, ma di sesso maschile e lo ha fatto partire dal Livello 4, che corrisponde a uno stipendio sostanzialmente più elevato e maggiori bonus o premi in azioni. Privata di opportunità di avanzamento e delusa da quella che definisce una “cultura sessista”, la Ellis si è dimessa nel 2014.

La Wisuri sostiene che, nonostante tre anni di esperienza nel settore vendite, è stata collocata al momento dell’assunzione al Livello 2, il più basso per chi viene preso a tempo indeterminato. Gli uomini con uguali competenze e anzianità venivano fatti partire almeno dal Livello 3. Il suo lavoro era simile a quello dei colleghi uomini di livello più alto, ma non è stata mai promossa e nel 2015 si è dimessa per “mancanza di opportunità di carriera”.

Stessa accusa da parte della Pease, ingegnere che ha ricoperto un ruolo di dirigente con la supervisione di circa 50 ingegneri di software in più team, ma all’interno della carriera “non tecnica”, che è pagata di meno. Nel frattempo gli ingegneri uomini che lei supervisionava facevano balzi in avanti di stipendio e posizione. Google, nonostante le competenze della Pease, le diceva che non posseva qualfiche tecniche; la donna si è dimessa nel 2016.

Una portavoce di Google ha ovviamente respinto le accuse, dichiarando che le assunzioni e le promozioni sono determinate in modo oggettivo da comitati tecnici per evitare ogni tIpo di discriminazione e che, nel caso emergessero problemi individuali, l’azienda lavora per risolverli. Tuttavia il comportamento di Google era già stato denunciato in precedenza da alcune dipendenti e ad aprile un’indagine del Labor department americano, che conduce analisi di routine sui contractor federali, aveva confermato le discriminazioni, arrivando a dire, secondo il Guardian, che il sessismo in Google raggiunge livelli “estremi”. Attualmente gli uomini occupano l’80% dei posti di lavoro ad alto contenuto tecnologico nell’azienda. Il New York Times ha anche visionato un file interno di Google che mostra come le donne in media siano pagate meno degli uomini a parità di ruolo e ricevono bonus più bassi.

La vicenda non è un duro colpo solo per Google ma per l’intera Silicon Valley, simbolo di innovazione ma sempre più spesso accusata di maschilismo. Nel 2015 un’azione legale è stata mossa contro Microsoft e Twitter, accusate da alcune donne ingegnere di favorire gli uomini nelle promozioni. Più di recente, accuse di presunte molestie sessuali al lavoro hanno colpito Uber mentre la Ceo della start up Social Finance ha lasciato dopo le ripetute azioni legali per molestie sessuali e per pratiche di lavoro scorrette nella società.