PNRR

Agenda digitale, l’Italia resta al palo: il capitale umano non è all’altezza delle sfide

Secondo i Digital Maturity Indexes elaborati dal Politecnico di Milano, il nostro Paese è fra gli ultimi classificati in Europa. Le pubbliche amministrazioni bocciate anche sul fronte dell’approccio strategico. Per sfruttare lo slancio del Recovery Plan sarà necessario fare gioco di squadra

01 Feb 2022

Domenico Aliperto

image3

Nonostante la spinta derivata dalla risposta all’emergenza pandemica, gli importanti piani di investimento messi in campo e i risultati nelle piattaforme abilitanti come Spid, Anpr, PagoPa o l’App Io, l’Italia è ancora agli ultimi posti in Europa per livello di digitalizzazione. Secondo i risultati dei Digital Maturity Indexes, elaborati dall’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, nel 2021 il nostro Paese si colloca infatti in 17esima posizione tra i 27 Stati dell’Ue per fattori abilitanti la trasformazione digitale e solo in 23esima per effettivo livello di digitalizzazione, con un gap rispetto alla media europea in particolare nel capitale umano.

Ma il nostro Paese oggi ha una grande opportunità: il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) dedica a iniziative di digitalizzazione oltre 65 miliardi di euro nelle sue sei missioni (ben di più dei 40 miliardi di euro della sola missione 1, specificamente dedicata alla transizione digitale). Il ruolo chiave nell’attuazione sarà della Pubblica Amministrazione, a cui è destinato almeno il 60% delle risorse tra Pa centrali, locali o imprese pubbliche. Gli investimenti del Pnrr destinati specificatamente alla trasformazione digitale della Pa ammontano a 9,72 miliardi di euro, di cui 6,14 per la digitalizzazione della Pa stessa, 1,27 miliardi per l’innovazione della macchina pubblica, 2,31 miliardi per l’innovazione della giustizia.

“Per concretizzare tutto il potenziale di trasformazione digitale associato al Pnrr è necessario ‘unire i puntini’, raccordando visioni, risorse e sforzi che, se non ben allineati, rischiano di far perdere tempo ed energie”, spiega Alessandro Perego, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale. “Bisogna raccordare infatti il Pnrr con gli altri piani strategici, le risorse previste con le altre disponibili per la trasformazione digitale, il centro con i territori, le esigenze di breve con quelle di lungo periodo. Per cogliere a pieno le opportunità di digitalizzazione del Paese, inoltre, la Pa deve configurarsi come piattaforma di innovazione capace di lavorare con le imprese, con capacità progettuali e di cooperazione strategica”.

I Digital Maturity Indexes, regione per regione

Per un quadro più preciso della situazione a livello italiano, l’Osservatorio ha elaborato assieme alle regioni e ad altri stakeholder pubblici e privati un Desi (Digital Economy and Society Index) per le Regioni e la Province Autonome, da cui emerge un forte divario territoriale, ma anche una distanza significativa con il resto d’Europa, anche per le aree più avanzate. Il primato nel ranking va alla Provincia Autonoma di Trento con un punteggio di 57,5 (rispetto alla media italiana, pari a 50), seguita da Lombardia, con 56,2 punti, e Provincia Autonoma di Bolzano, con 56,1. Vengono poi Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte, Toscana, Friuli-Venezia Giulia e Liguria sopra la media italiana, e ancora Veneto, Valle D’Aosta, Umbria, Puglia, Sardegna, Campania, Marche, Abruzzo, Sicilia, Basilicata, Calabria, Molise, a chiudere la classifica. Sette delle nove regioni con un punteggio superiore alla media italiana sono del Nord e due del Centro. Sotto la media italiana, si collocano tutte le regioni del mezzogiorno e tre del Centro-Nord.

WHITEPAPER
PREDICTIVE ANALYSIS: perché la manutenzione degli impianti è cambiata. Per sempre.
Big Data
Intelligenza Artificiale

Per superare alcuni limiti del Desi, l’Osservatorio ha continuato a produrre un framework di indicatori, i Digital Maturity Indexes (Dmi), meno esposti al mancato aggiornamento di alcuni dati rispetto all’indice della Commissione. Purtroppo, anche questi indicatori ci confermano lontani dalla media europea: i Dmi collocano l’Italia al 17esimo posto su 27 Paesi per fattori abilitanti la digitalizzazione (come ad esempio la copertura in banda larga dei territori) e al 23esimo posto per effettivi risultati ottenuti (come ad esempio l’effettivo utilizzo di banda larga da parte di cittadini e imprese).

La crescita delle piattaforme

Nel 2021 molto è stato fatto per costruire un vero e proprio “sistema operativo” per l’Italia Digitale. Nelle piattaforme abilitanti sono stati compiuti diversi passi avanti. L’Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente (Anpr) è ormai una soluzione consolidata, con tutti i 7.903 comuni subentrati, come anche PagoPa a cui hanno aderito quasi tutte le amministrazioni (in particolare il 99,4% dei comuni) per oltre 350 milioni di transazioni effettuate. Si contano 27 milioni di identità digitali erogate, con 570 milioni accessi a Spid nel 2021, e 22 milioni di accessi alla Carta Identità Elettronica (Cie). L’App Io è stata scaricata da oltre 25 milioni di italiani (prevalentemente per bonus vacanze, cashback di Stato e green pass). Il Fascicolo Sanitario Elettronico (Fse) ha oltre 350 milioni di referti digitalizzati accessibili, anche se non è pienamente operativo e interoperabile.

La spesa digitale della Pa

Cruciale, per l’attuazione del Pnrr, è il miglioramento dei processi di procurement della Pa, che deve superare gli storici problemi del mercato pubblico di soluzioni digitali. Sebbene la gran parte delle risorse del Pnrr sia destinata alla Pa, essa acquista da aziende private sostanzialmente la totalità delle soluzioni digitali per una spesa totale, nel 2020, di 6,7 miliardi di euro. Poche grandi aziende sono destinatarie di questi investimenti: infatti, il 67% della spesa pubblica in servizi digitali interessa solo 50 fornitori e il 32% solo 5. Inoltre, sono necessari mediamente 4,5 mesi per assegnare una gara per soluzioni digitali.

Per concretizzare il potenziale di trasformazione digitale del Pnrr, secondo l’Osservatorio Agenda Digitale, oltre a raccordare Pa e imprese, sarà necessario raccordare il Pnrr agli altri piani strategici, come il Piano triennale per l’informatica nella Pa, il Codice dell’Amministrazione Digitale, la Strategia Nazionale e il Piano operativo per le Competenze digitali, il Programma Strategico per l’Intelligenza Artificiale e il Codice dei contratti pubblici.

Poi, visto che molte risorse complementari al Pnrr saranno gestite direttamente da Regioni e Province Autonome, è necessario mettere in relazione centro e territori, che altrimenti rischiano di muoversi in modo disarticolato e improduttivo. “È fondamentale che si faccia gioco di squadra”, spiega Giuliano Noci, Responsabile scientifico dell’Osservatorio Agenda Digitale, “semplificando e razionalizzando le interazioni tra titolari e utilizzatori dei fondi, cercando di portare a sistema buone pratiche e favorendo aggregazioni tra enti locali. Altrimenti i divari di digitalizzazione tra i vari contesti territoriali del nostro Paese sono destinati ad aumentare”.

Infine, sarà fondamentale mettere a sistema le risorse del Pnrr con altre utili a sostenere la trasformazione digitale, come i fondi strutturali o i programmi di finanziamento gestiti direttamente dalla Commissione Europea (come per esempio Horizon Europe), raccordare esigenze di breve e di lungo periodo, concentrandosi non solo sulle scadenze dei prossimi mesi, ma lavorando fin da subito per rendere sostenibili gli investimenti nel tempo.

@RIPRODUZIONE RISERVATA

Articolo 1 di 2