ITALIA DIGITALE

Anagrafe unica entro il 2016. Ma le PA dovranno “parlarsi”

L’Anpr dovrà essere operativa entro il 2016 ma la scarsa interoperabilità rischia di rallentare il progetto

26 Mag 2015

Federica Meta

E’ un miglioramento sia per la vita dei cittadini che per gli operatori di stato civile. È l’Anagrafe nazionale della popolazione residente (Anpr) che sarà operativa entro il 2016 e che metterà ordine nelle oltre 50mila banche dati gestite dalla PA. L’Anpr, che assorbirà anche l’Anagrafe degli italiani residenti all’estero (Aire), è uno dei progetti di sistema del governo – non è un caso che sia una delle piattaforme abilitanti del piano Crescita Digitale – ma che rischia di trovare non pochi ostacoli nel percorso di attuazione nonostante dal punto di vista normativo Palazzo Chigi abbia fatto quello che si doveva fare. Il 10 novembre 2014 è stato emanato il Dpcm sulle modalità di funzionamento dell’Anagrafe, che ha introdotto le regole per la migrazione dei dati dagli archivi dei Comuni a quello nazionale. Ora invece si sta lavorando allo schema di decreto che aggiornerà il funzionamento delle anagrafi comunali con quanto previsto dal nuovo Cad.

Il piano per il subentro sarà graduale: gli step della migrazione delle banche dati anagrafiche saranno stabiliti sulla base di criteri di distribuzione geografica, dimensione demografica, livelli di informatizzazione, uniformità dei sistemi informativi. La migrazione sarà preceduta dal “popolamento” dell’Anpr con i dati dei sistemi informativi Ina e Aire, nel corso del quale si procederà controllo delle informazioni che contribuiscono alla determinazione del codice fiscale, confrontandole con l’anagrafe tributaria. In questa fase, prevista per il secondo semestre del 2015, i Comuni che riceveranno le segnalazioni di eventuali anomalie dovranno rimuoverle, utilizzando le proprie applicazioni, e provvedere ad un nuovo invio dei dati, con le modalità attualmente previste nell’ambito dei sistemi Ina e Aire.

Cosa osta, dunque, la realizzazione del database unico nazionale? Soprattutto freni di natura tecnologica. Le 9.400 amministrazioni censite dal Catalogo dell’Agid che gestiscono le 54mila banche dati utilizzano ben 270 differenti applicativi informatici e schemi di salvataggio. Scorrendo il catalogo Agid , sotto la voce “formato”, sono migliaia le differenti estensioni e modalità di archiviazione usate dalla PA. Infodatablog, che ha provato ad armonizzare queste diciture ha ottenuto 270 macro-insiemi: dai più comuni database che usano il modello relazionale Sql, ai tanti file gestiti tramite software proprietari, fino ai più rudimentali elenchi di dati salvati in .pdf oppure addirittura in .txt.

“La grande sfida – dicono però a CorCom da Palazzo Chigi – è far dialogare i database, tramite sistemi unici per condividere le info e ridurre gli sprechi. La dead line per la realizzazione è il 2016 e così sarà”. Il Crescita Digitale dichiara tempi di realizzazione ambiziosi: entro la fine del 2015 si avvieranno i primi 26 Comuni pilota (6 milioni di residenti in totale), mentre il dispiegamento integrale sarà entro imarzo del 2016. Ma se è altamente probabile che possa essere rispettata la prima scadenza, in quanto la sperimentazione coi Comuni pilota sembra procedere senza particolari intoppi – così confermano da Anci – altrettanto non si può dire per la seconda scadenza. “Ci sono problemi di normalizzazione dei dati la cui risoluzione compete a tutti i Comuni, quando invece si sarebbe potuto avviare un progetto unico a livello nazionale – spiega Paolo Colli Franzone, direttore dell’Ossevatorio Netics – Molti cio comunali non hanno risorse economiche sufficienti per far fronte alle richieste avanzate dai loro fornitori di assistenza e manutenzione sul software applicativo, giustificate dai maggiori oneri derivanti dal mutare del quadro normativo”. Il problema è serio, perché se non parte l’Anpr rischiano anche lo Spid e Italia Login. La soluzione potrebbe arrivare da un maggiore coinvolgimento delle Regioni, tramite progetti di circolarità anagrafica. “Le Regioni hanno interesse a essere coinvolte – conclude Colli Franzone – in quanto hanno bisogno di mantenere le anagrafi tributarie e sanitarie. Possono aiutare i Comuni nei processi di normalizzazione dei dati e contribuire allo sforzo economico connesso alla migrazione”.