Zoom ha patteggiato per 85 milioni di dollari nella class action intentata dagli utenti americani per i problemi di sicurezza riscontrati sulla piattaforma di videocomunicazione nei mesi del lockdown. Come parte dell’accordo l’azienda si è impegnata a migliorare la sicurezza dei suoi prodotti.
La causa collettiva, intentata presso la Corte distrettuale degli Stati Uniti del Northern District della California, sosteneva che Zoom aveva violato il diritto alla privacy dei suoi utenti condividendo i loro dati personali con Facebook, Google e LinkedIn. I consumatori hanno denunciato anche le interruzioni dei meeting su Zoom da parte di intrusi, una pratica detta zoombombing e che la società della videocomunicazione non avrebbe contrastato con efficacia.
Zoom ha acconsentito a proporre un accordo al giudice per chiudere la causa collettiva. Ma ha negato di aver agito contro la legge: “La privacy e la sicurezza nei nostri utenti sono le priorità per Zoom; diamo molta importanza alla fiducia che gli utenti hanno nei nostri confronti”.
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Zoom si impegna a rafforzare la protezione dei dati
In base all’accordo, gli utenti abbonati di Zoom avranno diritto a un rimborso del 15% sul costo del loro abbonamento o a 25 dollari, qualunque sia la cifra più alta. Gli altri utenti riceveranno ciascuno un rimborso massimo di 15 dollari. Il totale di 85 milioni di dollari è considerato soddisfacente dall’accusa, anche se gli utenti raccolti nella class action rappresentano abbonamenti del valore di 1,3 miliardi di dollari, riporta Reuters. L’accusa chiederà anche di coprire le spese legali, pari a 21,5 milioni di dollari.
Zoom si è impegnata a rafforzare la sicurezza, per esempio inviando degli avvisi agli utenti quando gli organizzatori delle riunioni o altri partecipanti usano app di terze parti nei meeting, in modo da dare più controllo sulle condivisioni dei dati. Inoltre, Zoom fornirà una preparazione specializzata ai suoi dipendenti sui temi della privacy e della gestione dei dati.
Smart working e boom di utenti: Zoom ha già fatto mea culpa
L’azienda ha anche assunto l’ex security chief di Facebook, Alex Stamos, come consulente.



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