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L’INTERVISTA

Telecamere nascoste, Panetta: “Nessun ok indiscriminato da Strasburgo”

L’avvocato specializzato in privacy e country leader di Iapp: “Sui media sta passando il messaggio di un via libera alla videosorveglianza sul lavoro. Ma non è così: le indagini difensive in casi eccezionali sono sempre state possibili”

18 Ott 2019

Antonello Salerno

“Sulla sentenza della Grande Camera della Corte di Strasburgo si è fatta un po’ di confusione. Sta passando l’idea che i giudici abbiano dato il via libera alla possibilità di nascondere telecamere sui luoghi di lavoro per ‘spiare’ i dipendenti. Ma non è assolutamente così. Tutti i diritti, non solo la privacy e la protezione dei dati personali, sono tali nella misura in cui possono essere controbilanciati di volta in volta sulla base di altre esigenze previste dalla Costituzione italiana e dalla Carta dei diritti europea. In assenza di questi principi assisteremmo a uno stravolgimento dell’idea di civiltà che abbiamo”. Lo afferma in un’intervista a CorCom Rocco Panetta, country leader per l’Italia di Iapp, l’International Association of Privacy Professionals, avvocato specializzato in diritto della Privacy ed ex dirigente del Garante italiano, commentando la sentenza emessa ieri da Strasburgo sul caso di un supermarket spagnolo che aveva licenziato alcuni dipendenti dopo averli sorpresi a rubare grazie all’utilizzo di telecamere nascoste, installate per un periodo limitato dopo aver verificato gli ammanchi negli incassi.

Panetta, qual è il principio che stato applicato nella sentenza definitiva della corte di Strasburgo?

Al centro del ragionamento c’è il concetto che di fronte a un diritto, in questo caso quello alla privacy di un dipendente, ci può essere un’esigenza uguale e contraria, come ad esempio nello specifico la tutela dei diritti del titolare del negozio, perché c’è la certezza della commissione di un reato. In una situazione del genere, con tutte le cautele del caso, considerandone l’eccezionalità, si può senz’altro prendere un provvedimento come quello che è stato deciso nel supermarket spagnolo.

Ma questo non è in contrasto con lo statuto dei lavoratori?

No, e direi che nello specifico non è nemmeno un tema da diritto del lavoro. Lo statuto dei lavoratori pone all’articolo 4 un divieto assoluto di uso di strumenti di controllo, salvo i casi previsti che riguardano la sicurezza aziendale e la protezione dei beni dell’azienda. Nel  caso specifico infatti parliamo del sospetto fondato che un dipendente abbia commesso un grave illecito: non è controllo generalizzato, ma un controllo eccezionale. A giustificarlo il fatto che si siano verificati ammanchi nei conti per più mesi consecutivi.

E’ una fattispecie in cui può scattare un’investigazione difensiva?

Proprio così. Serve per procurarsi le prove per far valere un proprio diritto in giudizio. L’azienda chiama un avvocato, che può decidere di farsi assistere da un tecnico specializzato come consulente esterno per l’installazione delle telecamerine, che verrà attivata per un periodo di tempo limitato. La Corte di Giustizia ha infatti detto che è legittimo farlo, come d’altra parte prevede già il Codice delle investigazioni difensive visive emesso dal garante italiano nel 2007 e rinnovato a dicembre ai sensi del Gdpr.

Cade così l’idea con la tecnologia si possa fare tutto?

Dire che grazie a questa sentenza c’è il via libera alle telecamere nascoste è un messaggio pericoloso, oltre che falso. E non è vero che con la tecnologia si può fare tutto: abbiamo regole come lo statuto dei lavoratori che risalgono agli anni 70 e che valgono sempre, perché cambiano le tecnologie ma i principi giuridici sono gli stessi: non può essere messa in discussione un’acquisizione di civiltà giuridica. Ma questo non mette in discussione la possibilità di investigazioni difensive, per far valere un diritto e acquisendo una prova in modo chirurgico. Ma questo non ha nulla a che vedere con l’installare telecamere indiscriminatamente nell’eventualità che qualcuno possa prima o poi rubare.

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