"WhatsApp non è a prova di privacy": il social sotto accusa nell'inchiesta di ProPublica - CorCom

IL CASO

“WhatsApp non è a prova di privacy”: il social sotto accusa nell’inchiesta di ProPublica

Secondo la testata giornalistica no profit, nonostante la crittografia end-to-end l’azienda impiega un migliaio di freelance per la lettura delle conversazioni degli utenti segnalati per contenuti violenti o illeciti. La replica del social: “Impegnati sulla riservatezza dei dati, preveniamo gli abusi”

08 Set 2021

Patrizia Licata

giornalista

La crittografia end-to-end di WhatsApp non è così a prova di privacy come la sponsorizza Facebook. Nessuno, nemmeno WhatsApp, può leggere i messaggi scambiati attraverso la app, si legge sulla stessa piattaforma. Ma un’indagine della testata giornalistica no-profit ProPublica ha scoperto che Facebook ha più di 1.000 collaboratori esterni, in sedi sparse tra Austin (Texas), Dublino e Singapore, per esaminare milioni di contenuti, tra testi, foto e video, che passano per la app di messaggistica.

Tramite un software sviluppato dalla stessa Facebook questi freelance passano al vaglio contenuti che sono stati segnalati come impropri e potenziale fonte di abusi, come spam, frodi, materiale pornografico o violento e messaggi di organizzazioni terroristiche. Di fronte a questa massa di contenuti questi collaboratori di Facebook hanno meno di un minuto per messaggio per dare il loro giudizio. Ma, soprattutto, hanno accesso ai messaggi di WhatsApp, contrariamente a quanto affermato dall’azienda.

La replica di WhatsApp: “Preveniamo gli abusi”

ProPublica ha chiesto a Facebook un commento sulla presunta violazione degli impegni per la privacy e il direttore delle comunicazioni di WhatsApp, Carl Woog, ha riconosciuto che i team di freelance esaminano i messaggi per identificare e rimuovere i contenuti illeciti. Woog ha aggiunto che “Le decisioni che prendiamo sono sempre incentrate sulla privacy anche quando preveniamo e limitiamo gli abusi”. Il manager ha tenuto però a precisare che non si tratta di “moderazione dei contenuti”: “Non è un termine che usiamo per WhatsApp”.

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I moderatori di contenuti ci sono invece per Facebook e Instagram; sui risultati di tale azione di vigilanza si basano i report di trasparenza dell’azienda di Menlo Park.

Le accuse di ProPublica

L’inchiesta giornalsitica di ProPublica si è avvalsa anche delle informazioni contenute nella denuncia presentata nel 2020 da un whistleblower di Facebook alla Securities and exchange commission degli Stati Uniti. L’anonima fonte interna ha affermato che WhatsApp usa schiere di contractor e sistemi di intelligenza artificiale abbinati ai dati degli account per esaminare messaggi, immagini e video degli utenti.  “Non conosciamo questa denuncia”, ha replicato Facebook. La Sec non ha dato alcuna comunicazione pubblica a proposito.

ProPublica sottolinea anche di avere le prove che WhatsApp condivide i metadati con le forze di pubblica sicurezza, come la Polizia. Tali metadati, per esempio, hanno aiutato le autorità a mettere sotto accusa un funzionario del dipartimento del Tesoro che ha passato documenti riservati alla testata BuzzFeed News. Questa li ha usati nell’ambito di un’inchiesta sul flusso di denaro sporco che passa per le banche americane.

Si tratta dell’ennesimo caso che vede coinvolta Facebook e le aziende della sua galassia sulla questione della protezione dei dati personali. Il social media è stato anche colpito da alcune sanzioni – tra cui la recente comminata a San Marino – per mancato adeguamento alle norme della privacy. Tuttavia la struttura stessa di Facebook – un gigante online con miliardi di utenti e condivisioni di contenuti – e la natura del suo business – servizi “gratuiti” che rendono solo in funzione del valore dei dati degli utenti – rendono sempre più complesso gestire la privacy, la libertà di espressione, la sicurezza e il rispetto della legalità.

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