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MERCATI

Trade war: giù il fatturato di Broadcom. Soffrono i titoli di tutti i chipmaker

Revenue sotto le attese e warning sulle prestazioni di tutto il 2019: con la trimestrale di Broadcom suona il campanello d’allarme per il comparto. Le restrizioni americane su Huawei e la compressione della supply chain incidono pesantemente sugli ordini. Dubbi sulla ripresa nel secondo trimestre

14 Giu 2019

Patrizia Licata

giornalista

La trade war Usa-Cina e il caso Huawei trascinano in basso le performance di Broadcom: il colosso americano dei chip ha riportato fatturato inferiore al previsto nel suo secondo trimestre fiscale 2019, chiusosi il 5 maggio, pari a 5,52 miliardi di dollari, contro i 5,68 miliardi attesi dagli analisti (secondo Refinitiv). L’azienda ha anche ridotto la guidance di fatturato per l’anno intero: per l’anno fiscale intero Broadcom si aspetta fatturato di 22,5 miliardi di dollari, al di sotto delle stime fornite in precedenza (24,5 miliardi) e anche delle attese del mercato (24,3 miliardi).

Le revenue trimstrali rappresentano un aumento anno su anno del 10%, tuttavia sono in calo del 4,7% su base trimestrale (5,79 miliardi nel trimestre precedente). Il trend negativo è stato letto dagli investitori come un campanello d’allarme per tutta l’industria dei chip, già colpita dal rallentamento delle vendite di smartphone e dalla trade war Usa-Cina: il mercato teme una crisi strutturale per i semiconduttori e sulle Borse americane e europee tutti i titoli dei chipmaker sono stati duramente penalizzati.

La divisione principale di Broadcom, che realizza soluzioni per semiconduttori, ha fatturato 4,09 miliardi di dollari, al di sotto delle stime FactSet di 4,18 miliardi e pari a un calo del 10% anno su anno e del 7% su base trimestrale. In stallo il segmento infrastrutture software, che include l’apporto delle attività di CA acquisite da Broadcom nel 2018: ha registrato revenue per 1,41 miliardi, un incremento del 216% anno su anno ma solo dell’1% su base trimestrale.

L’utile operativo è di 970 milioni di dollari (17,6% del fatturato netto), contro 555 milioni nel trimestre precedente e 1,2 miliardi un anno prima. L’utile netto include l’impatto di alcune cessioni e ammonta a 691 milioni di dollari (471 milioni il trimestre precedente, 3,73 miliardi l’anno prima).

Il ceo di Broadcom Hock Tan ha sottolineato che l’azienda “vede un più ampio rallentamento delle condizioni di domanda, che ritieniamo sia determinato dal perpetuarsi di incertezze geopolitiche ma anche dagli effetti delle restrizioni alle esportazioni su uno dei nostri principali clienti. Di conseguenza, i nostri clienti stanno attivamente riducendo i loro livelli di magazzino e ci siamo tenuti su stime più prudenti per il resto dell’anno”.

Altre aziende dei semiconduttori hanno ridotto le stime sulle loro prestazioni in seguito alla decisione del governo degli Stati Uniti di inserire Huawei nella Entity list del dipartimento del Commercio. Huawei, di fatto, non può avere relazioni commerciali con le aziende americane. Il ceo Tan ha affermato in call con gli analisti che l’anno scorso Huawei ha rappresentato circa 900 milioni di dollari di vendite per Broadcom, ma che le difficoltà per le aziende dei semiconduttori vanno oltre la dipendenza dal singolo cliente e si legano a una generalizzata “compressione della supply chain“. Il numero uno di Broadcom ha detto di aspettarsi un calo degli ordini dai grandi produttori globali di dispositivi mobili che stanno attingendo al magazzino mentre è in corso la trade war Usa-Cina. “L’ambiente è molto nervoso”.

Anche i mercati sono nervosi. La pubblicazione della trimestrale ha mandato giù fino al 10% il valore del titolo a Wall Street nell’early trading e ha trascinato in basso le quotazioni di tutti i big del settore, americani e europei: Qualcomm, Applied Materials, Intel, Advanced Micro Devices, Xilinx Inc (con predite tra il 2,5% e il 4%), Asml, STMicroelectronics, Siltronic, Asm International, Infineon e Ams (con perdite tra il 2,7% e il 6,6%).

Non è solo il caso Huawei: il mercato teme che i chipmaker non ce la facciano a centrare gli obiettivi di fine anno e che non ci sarà alcun ripresa nel secondo trimestre, dicono i trader. Produttori di cellulari ma anche altre imprese che usano i chip, anche nell’industria dell’auto, attingono ai magazzini e non comprano.

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