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6G, la Ngmn: “Evitiamo gli errori del 5G: costi sotto controllo e migrazione più semplice”



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Due report della Next Generation Mobile Networks Alliance indicano il Multi-Rat Spectrum Sharing, come base per l’evoluzione dalle reti mobili attuali. Il nodo è evitare frammentazione, spese eccessive e ritardi già visti

Pubblicato il 4 giu 2026



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  • La Ngmn chiede che il 6G nasca semplice con migrazione disciplinata, evitando la frammentazione che ha rallentato il 5G.
  • Il MRSS è l’opzione di riferimento per riusare lo spettro 5G, ma deve superare il DSS, abilitare resource sharing baseband e vantaggi rispetto al 5G-Advanced.
  • Serve uno standard completo (prima la Release 21 del 3GPP) e decisioni tra giugno-settembre 2026 per limitare opzioni parallele, proteggere vendor e favorire rollout sostenibili.
Riassunto generato con AI

Il 6G non può permettersi di nascere con la stessa complessità che ha rallentato il pieno sviluppo del 5G. È questo il messaggio politico e industriale che arriva dalla Ngmn Alliance (l’associazione internazionale che riunisce i principali operatori telecom mondiali per definire requisiti, priorità e linee guida per l’evoluzione delle reti mobili)
alla vigilia di una fase decisiva per la standardizzazione. La nuova generazione mobile promette capacità avanzate, reti più intelligenti, servizi immersivi, sensing, automazione e maggiore efficienza. Ma per gli operatori il punto non è solo cosa il 6G potrà fare. È soprattutto come potrà essere introdotto senza moltiplicare costi, opzioni tecniche e incertezza di mercato.

La Ngmn ha pubblicato due documenti che mettono a fuoco il tema da una prospettiva precisa: quella degli operatori. Il primo analizza architetture e opzioni di migrazione per Ran e core network. Il secondo affronta i tempi di introduzione commerciale. Insieme, i report convergono su una tesi netta. La transizione al 6G dovrà essere più disciplinata, più graduale e più aderente alla realtà degli investimenti.

La lezione incompiuta del 5G

Il punto di partenza è l’esperienza del 5G. Secondo la Ngmn, la generazione attuale è stata penalizzata da un eccesso di opzioni architetturali. Le specifiche hanno previsto più percorsi di migrazione, con combinazioni diverse tra core network e accesso radio. Nella pratica, però, solo alcune soluzioni sono state adottate su larga scala.

Il risultato è stato un percorso frammentato. Molti operatori hanno avviato il 5G in modalità non standalone, appoggiandosi al core 4G. Il passaggio al 5G standalone, necessario per abilitare pienamente le funzioni del nuovo core, si è rivelato più complesso del previsto. In alcuni casi, il valore della migrazione non è apparso abbastanza chiaro rispetto agli investimenti richiesti.

Per la Ngmn questo schema non deve ripetersi. Il 6G dovrà partire da una scelta più sobria. La semplificazione non è un dettaglio tecnico, ma una condizione economica. Se la nuova generazione nascerà con troppe varianti, l’ecosistema rischierà ritardi, implementazioni divergenti e aggiornamenti costosi.

Mrss come base della transizione

Il cuore della proposta è il Multi-Rat Spectrum Sharing, indicato come opzione di riferimento per la migrazione. Il Mrss consentirebbe al 6G di usare in modo flessibile lo spettro già impiegato dal 5G. Questo aspetto è centrale, perché la disponibilità di nuove frequenze non sarà uniforme tra Paesi e regioni.

In molte aree, le bande intorno ai 7 Ghz potranno avere un ruolo rilevante. Tuttavia, non sempre saranno disponibili, utilizzabili o sostenibili dal punto di vista economico. Anche i vincoli elettromagnetici e i costi di deployment potranno pesare sulle scelte degli operatori. Per questo la possibilità di riutilizzare lo spettro esistente diventa strategica.

Il Mrss promette una migrazione più lineare, con un impatto limitato su reti e dispositivi. Ma la Ngmn avverte che non basta replicare il modello del Dynamic Spectrum Sharing tra 4G e 5G. Il Dss ha avuto un uso limitato, anche a causa di costi iniziali elevati e benefici prestazionali non sempre sufficienti.

Per funzionare davvero, il Mrss dovrà essere più efficiente. Dovrà gestire meglio l’overhead dei canali di controllo, supportare allocazioni dinamiche tra utenti 5G e 6G e funzionare sia su spettro Fdd sia su spettro Tdd. Dovrà inoltre sostenere la carrier aggregation 6G fin dalle prime fasi.

Prestazioni, costi e complessità sotto esame

La soglia indicata dagli operatori è chiara. I primi deployment 6G non dovranno essere peggiori di una base 5G-Advanced. Il confronto riguarda throughput, latenza, costi e complessità operativa. In altre parole, la nuova generazione dovrà portare vantaggi misurabili fin dall’avvio.

Questa impostazione cambia la narrativa sul 6G. Non basta introdurre una nuova tecnologia radio per giustificare un ciclo di investimenti. Serve dimostrare che la nuova architettura generi valore rispetto all’evoluzione del 5G. Il tema è ancora più sensibile perché gli operatori devono fare i conti con pressioni sui margini, domanda di capitale e obiettivi NetZero.

La Ngmn sottolinea anche il nodo delle risorse baseband. Se il Mrss imponesse un dimensionamento separato per 5G e 6G, il beneficio rischierebbe di ridursi. Aumenterebbero hardware, consumi energetici e vincoli di deployment. Per questo viene chiesto uno sharing dinamico delle risorse, capace di adattarsi alla domanda reale.

È una richiesta tecnica, ma con effetti industriali diretti. Meno rigidità significa meno investimenti duplicati. Significa anche maggiore capacità di scalare il servizio quando la base dispositivi 6G crescerà gradualmente.

Le alternative non vanno escluse, ma limitate

La Ngmn non chiude del tutto alle opzioni alternative. Dual Connectivity e Dual Stack possono avere un ruolo in scenari specifici. Potrebbero servire come soluzioni di riserva se il Mrss riducesse troppo le prestazioni 5G o facesse salire i costi di rete.

Tuttavia, il messaggio resta prudente. Le alternative dovrebbero essere studiate solo quando rispondono a gap di deployment ben definiti. Non devono trasformarsi in un nuovo ventaglio di percorsi paralleli. È proprio questa moltiplicazione che, secondo gli operatori, ha complicato il 5G.

La posta in gioco riguarda anche i vendor. Un numero eccessivo di opzioni può frammentare implementazioni, apparati e dispositivi. Al contrario, un percorso condiviso può favorire interoperabilità, ecosistemi multi-vendor e supply chain più resilienti.

Greg McCall, Chief Networks Officer di Bt e board director della Ngmn, mette il punto su questo equilibrio. “Accanto alla valutazione tempestiva delle opzioni di migrazione, è altrettanto essenziale che le decisioni sull’architettura allineino i costi a una valutazione realistica del riuso dell’hardware e abilitino ecosistemi scalabili e multi-vendor”, afferma.

Il nodo dell’hardware 6G-ready

Il tema del riuso degli asset esistenti attraversa entrambi i report. Gli operatori preferirebbero introdurre il 6G tramite aggiornamenti software, senza sostituzioni hardware massicce. Questo ridurrebbe gli investimenti e accelererebbe i rollout. Inoltre limiterebbe l’impatto ambientale della nuova generazione.

La questione è però aperta. Il 3Gpp ha avviato lo studio di una nuova Rat 6G non retrocompatibile. Una scelta di questo tipo può essere giustificata solo da benefici significativi. Se richiedesse nuovo hardware nelle bande già usate, gli operatori chiedono che il vantaggio sia dimostrabile.

La Ngmn collega questo tema alle decisioni sulla base fisica della nuova radio. La finestra di lavoro del 2026 diventa quindi decisiva. Solo con scelte tecniche sufficientemente mature sarà possibile capire quali apparati 5G potranno supportare il 6G e quali aggiornamenti saranno necessari.

La prospettiva non è bloccare l’innovazione. È evitare che la nuova generazione arrivi con un costo di ingresso troppo alto. Laurent Leboucher, chairman del board Ngmn e Group Cto di Orange, sintetizza il punto: “La transizione al 6G presenterà opportunità significative, ma solo se l’industria darà priorità a percorsi di migrazione che valorizzino gli asset di rete esistenti, riducano la complessità operativa e offrano benefici tangibili dalle prime fasi di deployment”.

Standard completi prima del mercato

Altro tema è il calendario. Le prospettive industriali indicano che l’introduzione commerciale di capacità 6G standardizzate potrà emergere nei primi anni del decennio 2030. Prima arriveranno trial e sistemi dimostrativi. I tempi effettivi varieranno però tra Paesi, regioni e operatori.

La Ngmn invita a non anticipare il mercato a scapito della qualità degli standard. In particolare, chiede che la Release 21 del 3Gpp, la prima specifica annunciata per il 6G, includa in un unico rilascio gli aspetti Ran e core network. L’obiettivo è evitare una partenza incompleta, che generi più fasi di rollout e confonda la proposta di valore per i clienti.

È una posizione che riflette la fatica accumulata nel ciclo 5G. L’industria ha imparato che una generazione mobile non si misura solo dalla disponibilità radio. Serve un sistema completo, con infrastrutture, software, dispositivi e servizi maturi. Senza questo allineamento, il rischio è lanciare un’etichetta tecnologica prima del suo valore reale.

Per questo la Ngmn apre anche alla possibilità di estendere i tempi di completamento della Release 21, se necessario. Meglio uno standard più solido che una specifica affrettata. La richiesta non rallenta l’ambizione del 6G. La rende più aderente alla sostenibilità del mercato.

Dalla promessa tecnologica al ritorno industriale

Per gli operatori, il 6G dovrà sostenere nuove esperienze immersive, telepresenza, interazioni multimodali e comunicazioni macchina avanzate. Potrà abilitare robotica collaborativa, localizzazione ad alta precisione, mapping e sensing. Dovrà inoltre migliorare automazione, efficienza energetica e capacità di gestione delle reti.

Ma queste prospettive dovranno tradursi in ritorni concreti. Ogni nuova generazione richiede investimenti rilevanti. Gli operatori li sosterranno solo se avranno una ragionevole fiducia in un ritorno sostenibile. Questo vale ancora di più in un contesto in cui la domanda di connettività cresce, ma la monetizzazione resta complessa.

Il 6G dovrà quindi evitare un paradosso. Non può essere così ambizioso da diventare troppo costoso da implementare. Né può essere così simile al 5G-Advanced da non giustificare il salto generazionale. La linea indicata dalla Ngmn è una via intermedia: innovazione misurabile, architettura semplice, migrazione graduale.

Guangyi Liu, chief expert di China Mobile e board director Ngmn, richiama proprio questo punto. “La flessibilità è importante, ma le opzioni di migrazione devono essere limitate se vogliamo imparare le lezioni del 5G che hanno ostacolato il time-to-market”, afferma. La promessa del Mrss è chiara, aggiunge, ma potrà realizzarsi solo evitando complessità non necessaria su reti e dispositivi.

Una finestra decisiva per l’ecosistema

La pubblicazione dei report arriva in concomitanza con il meeting plenario 3Gpp di Singapore, in programma dall’8 al 12 giugno 2026. Il periodo tra giugno e settembre 2026 viene indicato come una finestra cruciale per definire le priorità dello studio 6G.

Le decisioni prese ora influenzeranno tutto l’ecosistema. Toccheranno i produttori di apparati, i fornitori di chipset, gli sviluppatori di dispositivi, gli operatori e i regolatori. Riguarderanno anche il rapporto tra spettro nuovo e spettro esistente, tra cloud network e architetture tradizionali, tra apertura multi-vendor e integrazione industriale.

Anita Döhler, Ceo della Ngmn, lega il tema alla strategia complessiva dell’alleanza. “Le decisioni di oggi sulla standardizzazione, incluse le opzioni di migrazione, modelleranno l’intero ecosistema 6G e determineranno il suo successo di lungo periodo nella capacità di creare valore per i clienti”, dichiara.

Il messaggio finale è netto. Il 6G non sarà soltanto una nuova generazione tecnologica. Sarà anche un test di maturità per l’industria mobile. Dopo anni di complessità architetturale, gli operatori chiedono standard più essenziali, deployment più sostenibili e benefici più chiari. La vera innovazione, questa volta, potrebbe iniziare dalla capacità di semplificare.

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