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IL PIANO

Agenda digitale europea: per centrare il target servono altri 170 miliardi

Il nodo risorse sul cammino del piano. Intanto si profila un’ambiziosa riforma del Connected Continent. Il sipario sulle prime proposte si solleverà nel 2016

09 Giu 2015

Francesco Molica

“Un’ambiziosa riforma delle regole europee in materia di Tlc”. La promessa brandita dall’allora candidato Jean-Claude Juncker sin dalle prime batture della campagna elettorale per le europee è stata mantenuta come comprova il rilievo accordatole nella Strategia per il Mercato unico digitale. Di cui costituisce uno dei pilastri. Beninteso: la mossa non ha certo sorpreso gli addetti ai lavori. Non fosse perché è lo stesso quadro vigente sulle Tlc a prevedere l’avvio di un processo di revisione nel 2016. Ma è la narrativa adottata dal presidente della Commissione, e cavalcata dai titolari del dossier Andrus Ansip e Günther Oettinger, a dare la misura di una precisa volontà di sparigliare. Ossia di sostenere un riordino legislativo in grande stile, che potrebbe arrivare a scuotere le fondamenta stesse dell’edificio regolamentare, sfidando i riflessi nazionalisti di diversi governi e authority. Nonché la zona di conforto in cui operano molte telco.

Sin qui le buone intenzioni. È infatti prematuro scommettere sulla efficacia, per non dire sulla riuscita dell’impresa. Il sipario sulle prime proposte legislative, nel migliore degli scenari, si solleverà tra non meno di un anno. Diversi analisti non nascondono il proprio scetticismo. E l’umiliazione subita dall’ultimo pacchetto Telecom (il famigerato “Connected Continent”) a firma Neelie Kroes, mutilato a ripetizione durante l’iter di discussione sino a lasciare sul tappeto un pugno di norme sulle quali Europarlamento e Consiglio non cessano di bisticciare, racchiude presagi funesti. E dire che gli indirizzi allineati nella Strategia indicano che la Commissione è pronta a riprendere il filo della sfortunata impresa sponsorizzata dall’ex commissario per l’Agenda digitale. Innanzitutto sul fronte delle frequenze, con la (ri)proposizione di “un coordinamento più efficace dello spettro radio” di fianco alla definizione “di criteri comuni a livello Ue per l’assegnazione delle licenze negli Stati”. Per Bruxelles le notorie discrepanze tra le politiche nazionali sulla materia “creano ostacoli all’ingresso, frenano la concorrenza e riducono le certezze degli investitori”.

Senza un quadro armonizzato, ha rimarcato Günther Oettinger, si penalizza la diffusione del 4G, su cui l’Europa ha accumulato già evidenti ritardi, per non parlare delle ambizioni del continente di prendere la leadership nello sviluppo del 5G. Ottimista il collega Ansip: “Sono sicuro che gli stati capiscono l’importanza”, ha risposto nella conferenza stampa di presentazione della Strategia ai giornalisti che lo incalzavano sulla nota diffidenza dei governi europei. Che sino ad oggi hanno ostruito o bloccato il cammino verso una maggiore integrazione sul terreno delle frequenze. Ed è dunque improbabile che in un futuro prossimo si mostrino più accomodanti, avvertono gli osservatori, nonostante le rassicurazioni fornite dalla Commissione (“i ricavi delle aste rimarranno nelle mani degli Stati”).

Stessa musica per l’obiettivo più generale di accelerare sulla realizzazione del mercato unico delle telecomunicazioni, “eliminando la frammentazione regolamentare” e gli steccati nazionali che attraversano il settore europeo. “Ansip dovrebbe essere lodato per la sua intraprendenza, visto che ha entrambi le mani legate dal Consiglio Ue”, lamenta caustico il capogruppo dei Liberali all’Europarlamento, Guy Verhofstadt. Traducendo, peraltro, un disappunto diffuso nell’emiciclo di Strasburgo, e riversatosi in particolare contro un’oggettiva avarizia di dettagli rimproverata alla Strategia. Kathleen Van Brempt, vice-capogruppo dei Socialisti, rinfaccia alla Commissione di aver prodotto un testo “carente sia in termini di visione, sia sotto il profilo dell’implementazione pratica”. C’è poi un altro nodo che minaccia di dividere: quello degli investimenti, specialmente in reti ultraveloci, che nonostante una recente schiarita restano ben lontani dai ritmi pre-crisi – secondo Etno, per centrare i target per il 2020 dell’Agenda Digitale occorrono almeno 170 miliardi di euro supplementari. Riconoscendo l’insufficienza di “concorrenza infrastrutturale”, tranne che per le aree ad alta densità abitativa, la Strategia promette di incentivare gli investimenti attraverso “una regolamentazione semplificata e più proporzionata”.

Che cosa questo significhi in termini concreti non è però esplicitato dal documento. Certamente, Oettinger e lo stesso Juncker appaiono inclini a favorire un allentamento degli obblighi (ad esempio, su prezzi e accesso) previsti dal quadro attuale. Gli operatori storici applaudono, e invitano la Commissione a bruciare i tempi, mentre gli Olo si preparano a opporre eventuali manovre in questa direzione. E anche in seno al collegio dei commissari si profilano scintille. Il commissario alla concorrenza Margrethe Vestager ha fatto già sapere di essere contraria ad ogni ipotesi di deregulation.

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